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Dimessa la prof Mocchi: “Colpita a mezzo millimetro dall’aorta, dicevano che stavo morendo”

Pubblicato: 30/03/2026 12:42

Il miracolo di Pasqua ha il volto sereno, seppur segnato, di Chiara Mocchi, la professoressa di 57 anni che mercoledì scorso ha visto la morte in faccia tra i banchi di scuola a Trescore Balneario. Oggi pomeriggio, la docente di francese è stata finalmente dimessa dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tornando alla sua casa di Berzo San Fermo. Ma prima di lasciare quella stanza che l’ha vista lottare per la vita, ha voluto affidare al suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas, un messaggio potente, dettato con «voce flebile» ma con una lucidità disarmante. È un inno alla vita, ma soprattutto un ringraziamento pubblico a quella catena umana, invisibile e silenziosa, che le ha permesso di continuare a respirare.

Il racconto dell’orrore: “Colpita a mezzo millimetro dall’aorta”

Per la prima volta dall’aggressione, la professoressa Mocchi scende nei dettagli di quei tragici istanti del 25 marzo 2026. Le sue parole ricostruiscono un agguato improvviso e spietato: «Un mio alunno tredicenne – confuso, trascinato e “indottrinato” dai social – mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale». Un racconto che gela il sangue, specialmente quando rivela che solo l’intervento di un altro ragazzino ha evitato il massacro finale. «Solo il coraggio immenso di un altro mio alunno: “E.”, anche lui tredicenne, che mi ha invece difesa rischiando la sua stessa vita, ha impedito il peggio». Chiara Mocchi descrive un’emorragia devastante, con un litro e mezzo di sangue perso in pochi minuti e una lama arrivata a «mezzo millimetro dall’aorta». Mentre il torpore avanzava e la luce diventava ombra, la salvezza è arrivata dal cielo con l’eliambulanza del servizio “Blood on Board”.

La docente ricorda con precisione cinematografica il momento del decollo, quando ha visto i volti dei suoi studenti attaccati alle finestre della scuola: «Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro». Poi il buio, interrotto solo dalle voci dei soccorritori che lottavano contro il tempo: «“Ancora una sacca… presto, ancora una!”». In quel momento, il sangue dei donatori anonimi ricominciava a circolare nel suo cuore, riportandola indietro dall’abisso.

L’appello ai donatori e il monito di Valditara

La gratitudine della professoressa si estende a nomi e cognomi che non dimenticherà mai: Francesco Daminelli, responsabile del servizio trasfusionale in volo, e l’equipaggio composto da Giuseppe Calvo, Valentina Cortinovis, Enrico Lazzarini, Simone Costa e Luca Stefani. C’è però un dettaglio che rende questa storia incredibilmente simbolica: la prof sospetta che nelle sue vene scorra proprio il sangue del suo avvocato, Angelo Lino Murtas, donatore Avis da 45 anni che aveva donato proprio il giorno precedente. Un cerchio che si chiude nel nome del padre della docente, fondatore dell’Avis-Aido della Media Val Cavallina, il cui motto era: «Una goccia di sangue può salvare una vita». Mai avrebbe immaginato che quella vita sarebbe stata un giorno proprio quella di sua figlia.

Mentre Chiara Mocchi invita tutti a trovare il coraggio di diventare donatori, il caso ha sollevato un polverone politico sulla gestione dei giovanissimi. Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, è intervenuto con un appello accorato alle famiglie, esortando i genitori ad essere «sempre più vicini e attenti alla crescita dei propri figli, a non lasciarli soli, soprattutto quando sono ragazzini, quando sono bambini, con il cellulare e con i social». L’obiettivo dichiarato dal governo è quello di ricostruire un «grande patto tra scuola e famiglia» per evitare che l’indottrinamento digitale trasformi ancora una volta un’aula in una scena del crimine.

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Ultimo Aggiornamento: 30/03/2026 18:13

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