
La donna che gli avvocati si sono trovati di fronte il 29 marzo «quasi non sembrava» Narges Mohammadi, l’indomita Nobel per la pace iraniana detenuta nel carcere di Zanjan Prison, nel nordovest dell’Iran. L’attivista è rinchiusa da 109 giorni, dopo quello che i suoi legali definiscono un arresto violento che le avrebbe lasciato ferite sul corpo e sulla testa.
Il 24 marzo la dissidente avrebbe avuto un grave malore, con «molta probabilità un infarto», secondo la diagnosi indicata anche dal medico responsabile delle detenute nel penitenziario. «Sta molto male, ci sono rischi per la sua vita», racconta a la Repubblica una collaboratrice dell’attivista che, per motivi di sicurezza, preferisce restare anonima.
Gli avvocati Mostafa Nili e Shadi Halimi sono riusciti a incontrarla dopo lunghi controlli di sicurezza e un viaggio di oltre tre ore da Teheran a Zanjan. Il trasferimento è avvenuto in un contesto già estremamente teso, mentre nella regione si registravano esplosioni e bombardamenti.
Una volta arrivati in carcere si sono trovati davanti a una scena definita «profondamente preoccupante». Mohammadi faticava a camminare ed è stata accompagnata nella sala degli incontri da un’infermiera che la sorreggeva.
Cinque giorni prima, secondo quanto riferito dalla fondazione che porta il suo nome e che è gestita dalla famiglia in esilio a Parigi, l’attivista avrebbe perso conoscenza mentre si trovava nel reparto femminile del carcere, dove è detenuta come unica prigioniera politica tra detenute comuni.
«Ha perso completamente i sensi, gli occhi si sono rovesciati all’indietro e il corpo è diventato insensibile», denuncia la fondazione. Lo stato di incoscienza, accompagnato da mani fredde e intorpidimento del corpo, sarebbe durato circa un’ora e quindici minuti.
A trovarla priva di sensi sarebbe stata un’infermiera del carcere entrata nel reparto per distribuire farmaci. Con l’aiuto delle compagne di cella, la donna è stata avvolta in una coperta e trasportata nell’infermeria del penitenziario.
Quando ha incontrato i suoi legali il 29 marzo, Mohammadi appariva estremamente debilitata: camminava a fatica, era pallida e molto dimagrita. Parlava poco e ha riferito di soffrire di continui mal di testa, nausea e problemi alla vista. Sul corpo sarebbero ancora visibili ecchimosi, segni delle violenze subite durante la detenzione.
Secondo i collaboratori dell’attivista, la dissidente è oggi «prigioniera due volte»: del sistema politico contro cui si batte da anni e della guerra che sta aggravando la situazione nelle carceri iraniane. La stessa Mohammadi avrebbe raccontato di aver sentito forti esplosioni a poca distanza dal penitenziario.
«Bombe fuori e oppressione dentro: è una situazione brutale», racconta la collaboratrice. «Essere in prigione è già difficile, ma sentire anche le bombe che cadono dev’essere devastante».
Gli avvocati e la famiglia chiedono ora la scarcerazione su cauzione, il trasferimento nella prigione di Evin Prison, a Teheran, dove secondo la legge iraniana dovrebbe essere detenuta, e soprattutto il ricovero presso l’Pars Hospital della capitale.
L’attivista soffre da tempo di problemi cardiaci e di pressione ed era stata operata al cuore nel 2022. Nonostante la gravità della situazione, denunciano i suoi sostenitori, le autorità iraniane si sarebbero rifiutate di trasferirla in ospedale o di consentirle una visita specialistica.
«La sua vita è in imminente pericolo e ha urgente bisogno di cure mediche», afferma il comitato internazionale per la sua liberazione, che chiede anche il rilascio degli altri detenuti politici iraniani durante la fase di guerra.
Mohammadi, oggi 54 anni, è considerata una delle figure più simboliche dell’attivismo per i diritti umani in Iran. Nel corso della sua lunga battaglia per la democrazia e contro la pena di morte è stata arrestata numerose volte, accumulando condanne per diversi decenni.
Anche durante la detenzione non ha mai smesso di denunciare le violazioni dei diritti nelle carceri iraniane. Ha scritto libri contro la cosiddetta tortura bianca e raccontato le violenze subite dalle detenute politiche.
Nel dicembre 2024 era stata rilasciata per motivi di salute, ma aveva ripreso immediatamente la sua attività pubblica. Nel giugno successivo si era schierata contro la guerra tra Israele e gli Stati Uniti, senza rinunciare alla sua opposizione alla Repubblica islamica.
È stata nuovamente arrestata a metà dicembre 2025 mentre partecipava a un sit-in in memoria di un attivista morto in circostanze non chiarite, pochi giorni prima che nuove proteste esplodessero in diverse città del Paese.


