
CRONACA – Un pranzo di Natale che si trasforma in una tragedia indelebile. Le indagini della Procura di Campobasso sul caso della madre e della figlia decedute durante le festività puntano ora verso un’ipotesi inquietante: duplice omicidio premeditato per avvelenamento. Al centro del giallo ci sarebbe lei, la ricina, una sostanza che evoca scenari da spy-story della Guerra Fredda e che oggi torna a scuotere la cronaca nazionale.
Ma cos’è esattamente questa tossina e perché è considerata una delle armi biologiche più letali al mondo?
Una killer silenziosa tra i fiori dei nostri giardini
La ricina è una fitotossina, una proteina di origine vegetale estratta dai semi della pianta di ricino (Ricinus communis). È un paradosso della natura: una pianta comunissima, spesso utilizzata come ornamentale nei giardini per le sue scenografiche foglie palmate e i fiori rosati, nasconde nei suoi semi — simili a piccoli fagioli — un veleno di una potenza devastante.
I numeri sono da brivido: la dose letale stimata per un essere umano è di appena 0,2 milligrammi per chilo di peso corporeo. Per uccidere un uomo adulto basta la quantità di tossina contenuta in appena otto semi sminuzzati. Ad oggi, la medicina non dispone di alcun antidoto approvato per uso umano.
Come uccide la ricina: il blocco dei ribosomi
Il meccanismo d’azione della ricina è di una precisione chirurgica e subdola. Una volta entrata nell’organismo, la molecola si lega alla superficie della cellula, “ingannandola” per farsi assorbire. Una volta all’interno, agisce come un sabotatore: disattiva i ribosomi, le strutture responsabili della sintesi proteica.
Senza la capacità di produrre proteine, la cellula smette di funzionare e muore. Gli organi iniziano a collassare uno dopo l’altro. A seconda della via di assunzione, i sintomi cambiano, ma l’esito resta spesso fatale:
- Ingestione: provoca vomito, diarrea emorragica e insufficienza renale.
- Inalazione: causa edema polmonare e insufficienza respiratoria.
- Iniezione: la via più rapida, che porta al collasso circolatorio e alla morte in circa 3-5 giorni.
Dal “delitto dell’ombrello” ai giorni nostri
La ricina non è nuova alle cronache nere. Il caso più celebre risale al 1978, nel pieno della Guerra Fredda. Il dissidente bulgaro Georgi Markov venne ucciso a Londra mentre aspettava l’autobus sul ponte di Waterloo. Un uomo lo punse alla gamba con la punta modificata di un ombrello: era una capsula microscopica di ricina. Markov morì quattro giorni dopo in ospedale.
Nonostante sia stata scartata dagli eserciti come arma di massa (perché meno “maneggevole” dei gas nervini), la ricina è rimasta lo strumento preferito per attentati mirati. Negli anni è stata recapitata tramite lettere a leader mondiali come Barack Obama e Donald Trump.
I precedenti in Italia: da Torino a Campobasso
Il caso di Campobasso non è l’unico nel nostro Paese. Già nel 2019, a Torino, due giovani tentarono di avvelenare alcuni coetanei per motivi di gelosia, dimostrando quanto questa sostanza, pur non essendo di facile reperibilità, possa diventare un’arma letale nelle mani di chi cerca vendetta.
Oggi, mentre la Procura molisana scava nel passato delle due vittime di Natale, la scienza continua la sua corsa contro il tempo. La società americana Soligenix sta sviluppando un vaccino sperimentale, ma la strada per l’approvazione della FDA è ancora lunga. Per chi entra in contatto con la ricina oggi, resta solo la speranza di trattamenti di emergenza, in una lotta impari contro un veleno che non perdona.


