
Un’onda d’urto invisibile ha squarciato la quotidianità di una famiglia tra l’Abruzzo e l’Umbria, lasciando una madre a fare i conti con un abisso digitale che non aveva previsto. Anna, un nome di fantasia per proteggere una privacy ormai ridotta a brandelli, è una donna di poco meno di 50 anni, titolare di un’azienda edile, che oggi guarda il vuoto mentre suo figlio diciassettenne, Andrea, viene trasferito nel penitenziario minorile di Firenze. Le accuse sono pesantissime: promozione dell’odio razziale e diffusione di manuali per costruire armi. «Mio figlio non è un violento, rimarrò accanto a lui. Non accetto quello che ha fatto, si è rovinato il futuro per ideali che sono certa non sono i suoi», confessa la donna, travolta da uno shock che l’ha resa, nelle sue parole, letteralmente paralizzata.
Il bunker nella cameretta: tra perquisizioni e l’ombra di Turetta
La cronaca di questo arresto, avvenuto il 30 marzo 2026, racconta di un’irruzione all’alba con i cani molecolari alla ricerca di esplosivi. Nonostante in casa non sia stato trovato nulla di materiale, il vero arsenale era custodito nello smartphone del ragazzo, già sequestrato durante una precedente indagine risalente all’estate scorsa. Andrea, studente di Scienze umane con una cultura generale definita brillante dai professori, sapeva che il cerchio si stava stringendo: «Mamma vedrai che mi arrestano», aveva predetto mesi fa. Secondo gli inquirenti, il giovane avrebbe inneggiato a figure oscure come Breivik e Filippo Turetta, arrivando a ipotizzare persino un attentato in una scuola di Pescara, la città d’origine della famiglia. «Non ci crederò mai che possa essere in grado di fare queste cose», ribatte Anna, ricordando come il figlio a scuola fosse sempre al fianco dei più fragili.
La madre ammette però di aver notato segnali di chiusura: il ragazzo si barricava in camera e reagiva con rabbia se interrotto durante la visione dei video. Prima dell’abisso dei gruppi radicali, Andrea aveva mostrato interesse per manifestazioni di estrema destra, puntualmente vietate dalla madre. Eppure, la violenza espressa nelle chat, incluso l’odio verso le donne, è un colpo durissimo per Anna, che rivela di aver subito lei stessa prevaricazioni in passato: «Non lo accetto perché proprio nella mia famiglia abbiamo subito violenza e ho cresciuto Andrea nel rispetto delle donne».
Dietro la facciata dello studente modello, emerge il profilo di un adolescente forse segnato dal bullismo subito alle medie per la sua corporatura. Oggi resta solo il pentimento tardivo: «Ho fatto una cosa grave», ha ammesso il ragazzo prima di essere portato via. La madre si dà colpe per non aver controllato abbastanza quel mondo virtuale in cui il figlio si sentiva, forse, finalmente forte, ma da cui poi non è riuscito a uscire per «paura di ritorsioni dall’interno».


