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Centrosinistra, i big frenano sulle primarie: torna il federatore

Pubblicato: 04/04/2026 08:32

Il treno delle primarie corre veloce, ma nel centrosinistra cresce il fronte di chi vorrebbe rallentarlo prima che deragli. A mettere un freno netto è Romano Prodi, che definisce la corsa alla leadership “un giochino pericoloso, deleterio”. Il timore è quello di una guerra interna capace di logorare la coalizione e finire per rafforzare Giorgia Meloni, proprio mentre l’opposizione cerca una direzione comune.

Le parole del Professore si inseriscono in un clima già teso, aperto dopo la disponibilità di Giuseppe Conte a partecipare alle primarie di coalizione. Una mossa che ha spiazzato parte del Partito Democratico, dove alcuni leggono nell’iniziativa del leader M5s un tentativo di mettere in difficoltà Elly Schlein e ridefinire i rapporti di forza dentro il campo largo.

Il nodo primarie e il rischio di divisione

Nel Pd la sorpresa si è trasformata rapidamente in sospetto politico. Conte ha rivendicato di non essere stato il primo a proporsi, citando anche i nomi di Ernesto Maria Ruffini e Alessandro Onorato, mentre si affacciano altri possibili protagonisti. Ma proprio l’allargamento del campo dei candidati ha fatto scattare l’allarme tra i dirigenti più esperti.

Prodi usa una metafora sportiva per chiarire il rischio: anticipare la sfida interna significherebbe “litigare e lasciare spazio ai cinque gol della Bosnia”. Tradotto: una competizione prematura potrebbe indebolire tutti e consegnare il vantaggio agli avversari. La priorità, insiste, non è scegliere un leader ma costruire un programma condiviso, capace di tenere insieme anime diverse e parlare agli elettori, soprattutto ai più giovani.

Il ritorno del federatore

Nel dibattito riemerge così una figura quasi mitologica: il federatore. A rilanciarla è Rosy Bindi, che immagina un passo indietro dei leader per lasciare spazio a una figura capace di tenere unito il campo. “Un papa, non una papessa”, suggerisce, evocando un profilo autorevole e riconosciuto da tutti.

Il nome che circola con più insistenza è quello di Pierluigi Bersani, considerato da molti un possibile punto di equilibrio tra Pd e M5s. Ma al momento non risultano contatti concreti, e soprattutto manca la volontà politica dei due principali protagonisti, Schlein e Conte, che restano i veri detentori della partita.

Accanto a Bersani emerge anche il profilo di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e simbolo di una collaborazione riuscita tra dem e Cinque Stelle. Un nome che torna ciclicamente quando si parla di sintesi possibile, ma che resta sullo sfondo di un confronto ancora aperto.

Leadership o squadra: il bivio del centrosinistra

Il nodo resta politico prima ancora che organizzativo. Se la legge elettorale non cambierà, la candidatura di Schlein appare per molti la soluzione più lineare, in quanto leader del partito maggiore. Ma se le regole dovessero imporre una scelta immediata del candidato premier, lo spazio per le primarie si ridurrebbe drasticamente.

In questo scenario si inserisce anche la linea di Goffredo Bettini, che invita a mettere da parte la corsa individuale per puntare su una squadra e su un programma definito, lasciando agli elettori l’ultima parola. Tra i nomi alternativi compare anche quello di Silvia Salis, sindaca di Genova, indicata da alcuni come possibile sorpresa nazionale.

Il quadro, però, resta fluido e segnato da una tensione evidente: da una parte la spinta a scegliere rapidamente un leader, dall’altra la paura che una competizione anticipata possa trasformarsi in una frattura irreversibile. Ed è proprio questo il punto sollevato da Prodi: senza una base comune, le primarie rischiano di essere non uno strumento di sintesi, ma l’inizio della divisione.

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Ultimo Aggiornamento: 04/04/2026 14:28

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