Vai al contenuto

Meloni: «Trump? Io più chiara di tanti altri leader. Non siamo vassalli». Poi la premier sceglie di non replicare

Pubblicato: 15/04/2026 10:58

La linea di Palazzo Chigi è chiara: la difesa del Pontefice Leone XIV era inevitabile. Secondo fonti vicine al governo, per l’Italia il Papa non rappresenta solo la guida della Chiesa cattolica, ma una figura centrale anche sul piano identitario e culturale.

Tutto inizia nel pomeriggio del 14 aprile, quando Giorgia Meloni riceve una telefonata mentre si trova sull’aereo di ritorno a Roma dopo la visita al Vinitaly di Verona. Da Palazzo Chigi la informano delle dichiarazioni rilasciate da Donald Trump in un’intervista.

Seduta nel salottino del velivolo, accanto alla fidata Patrizia Scurti, la premier legge con attenzione le parole del presidente americano. Con lei viaggiano anche il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e il presidente dell’Ice Matteo Zoppas.

Servono alcuni minuti per metabolizzare il contenuto dell’intervista. Meloni si aspettava una reazione da parte dell’alleato americano dopo la sua presa di posizione sul Papa, ma non con toni così duri. Il confronto con i presenti è immediato, tra riflessioni e valutazioni a caldo.

Prima dell’atterraggio a Ciampino, la premier ribadisce una linea già espressa pubblicamente: essere alleati non significa rinunciare alle proprie linee rosse. «Non siamo vassalli né sudditi», è il concetto che filtra anche nei colloqui riservati.

L’attacco di Trump non viene comunque vissuto come un evento drammatico. A Palazzo Chigi si sottolinea come episodi simili siano già accaduti ad altri leader europei, da Emmanuel Macron a Keir Starmer, fino al cancelliere tedesco, segno di una dinamica ormai ricorrente nei rapporti con Washington.

Rientrata a Roma nel pomeriggio, Meloni trova un clima tutt’altro che allarmato. La risposta viene costruita con freddezza istituzionale e affidata anche ai social, dove i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto ribadiscono la centralità dell’interesse nazionale.

La posizione del governo resta ferma: l’Italia è e rimane filoamericana, senza alcun cambio di rotta nella politica estera. Allo stesso tempo, viene rivendicato il diritto di difendere i propri valori e le proprie istituzioni, a partire dalla figura del Pontefice.

In questo quadro, la lettura che emerge dallo staff della premier è netta: negli Stati Uniti non si coglie pienamente il significato che il Papa ha per gli italiani. Per questo, spiegano fonti di governo, la reazione di Roma non rappresenta una rottura, ma un passaggio fisiologico nei rapporti tra alleati destinato, con il tempo, a ricomporsi.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure