
A diciannove anni dalla strage che ha sconvolto la palazzina di via Diaz, il caso del delitto di Erba continua a proiettare ombre inquietanti e a sollevare interrogativi mai del tutto sopiti. Era l’11 dicembre 2006 quando un massacro senza precedenti strappò la vita a Raffaella Castagna, al piccolo Youssef Marzouk di soli due anni, alla nonna Paola Galli e alla vicina di casa Valeria Cherubini, quest’ultima deceduta dopo una straziante agonia causata dal rogo appiccato nell’appartamento. Oggi, dal carcere di Opera dove sta scontando l’ergastolo, Olindo Romano è tornato a incrociare lo sguardo dell’opinione pubblica durante un colloquio con Bruno Vespa, ribadendo una posizione che sfida la verità processuale consolidata in tre gradi di giudizio.
Le rivelazioni di Olindo: tra confessioni estorte e silenzi
Il detenuto, oggi 64enne, ha puntato nuovamente il dito contro le modalità con cui vennero raccolte le prime ammissioni di colpa: «La confessione ci fu estorta – racconta Romano – a me i carabinieri avevano prospettato solo 4-5 anni di carcere. E secondo l’avvocato di allora era l’unico modo per tirarci fuori dal guado». Olindo tenta di smontare pezzo dopo pezzo anche il ruolo della moglie, Rosa Bazzi, sostenendo che le sue dichiarazioni scioccanti dell’epoca — in cui affermava che colpire la vicina la faceva sentire sollevata — fossero frutto di una regia esterna. «Le frasi di Rosa erano una cosa combinata. Il filmato di Picozzi era tagliato, mancano dei pezzi», ha incalzato l’uomo, riferendosi al noto psichiatra criminologo coinvolto nelle indagini.
Uno dei nodi più dolorosi resta il confronto con l’unico sopravvissuto, Mario Frigerio, il testimone chiave che riconobbe Olindo prima di spegnersi nel 2014 portando con sé il peso del perdono verso i suoi aggressori. Alla domanda diretta di Vespa su un eventuale pentimento o sulla necessità di chiedere perdono, la risposta di Romano è stata di una freddezza disarmante: «Di che cosa dovevamo scusarci? Se dovevamo scusarci per le liti che succedevano, quello lo avevamo già fatto. Però per quello che è successo dopo, se non siamo stati noi, che scuse gli facciamo?». Parole che ribadiscono una chiusura totale, mentre la difesa continua a invocare la revisione del processo sulla base di presunte nuove prove che potrebbero ribaltare una delle pagine più nere della cronaca giudiziaria italiana.

