
Il panorama del calcio italiano si ritrova ancora una volta scosso da una tempesta giudiziaria che evoca spettri di un passato mai del tutto dimenticato. Le recenti indagini che hanno coinvolto i vertici dell’Associazione Italiana Arbitri, in particolare con l’autosospensione del designatore Gianluca Rocchi e del supervisore Var Andrea Gervasoni, hanno riaperto ferite profonde nel tessuto sportivo nazionale.
In questo scenario di incertezza e polemiche, interviene una figura che la storia dei tribunali sportivi la conosce fin troppo bene. Massimo De Santis, ex fischietto internazionale e tra i protagonisti più discussi dell’inchiesta Calciopoli del 2006, ha espresso il suo punto di vista in una lunga intervista concessa a Il Corriere della Sera. Oggi, nelle vesti di avvocato, De Santis non si limita a commentare le cronache attuali, ma traccia un filo rosso tra le incongruenze del passato e le ombre del presente, mettendo in discussione l’intero sistema di gestione della classe arbitrale e l’efficacia degli strumenti tecnologici introdotti negli ultimi anni.
Riflessioni sull’eredità di Calciopoli
Guardando indietro a vent’anni fa, De Santis definisce Calciopoli come una vera e propria occasione persa per il movimento calcistico. Secondo la sua visione, quell’inchiesta non fu mossa dalla reale volontà di scovare la verità dei fatti, quanto piuttosto dalla necessità di confermare un teorema precostituito. Nonostante la condanna definitiva a un anno in Cassazione per associazione a delinquere, l’ex arbitro rivendica la propria posizione sottolineando come i dati del campo smentissero spesso le tesi accusatorie. Ricorda infatti che, pur essendo stato indicato come un arbitro vicino agli interessi della Juventus, la squadra bianconera sotto la sua direzione collezionò ben tre sconfitte. Il suo augurio per Rocchi e per gli altri colleghi attualmente indagati per frode sportiva è quello di incontrare magistrati che cerchino prove concrete e non colpevoli a ogni costo, evitando di trasformare un’indagine in una caccia alle streghe mediatica basata solo su interpretazioni arbitrarie.
Giustizia con tempi sospetti
L’analisi di De Santis si sposta poi sulla gestione politica del calcio attuale, lanciando accuse pesanti verso i vertici della Figc. Secondo l’ex arbitro, ci troviamo di fronte a una sorta di giustizia a orologeria, arrivata in un momento di estrema fragilità per il sistema, tra le dimissioni del presidente Gravina e la mancata partecipazione della nazionale ai mondiali. De Santis sostiene che la Procura federale, per come è strutturata oggi, risulti del tutto inutile e che la classe arbitrale sia stata indebolita negli anni da scelte gestionali discutibili. Il problema risiederebbe nel fatto che la Federazione ha preso il sopravvento sull’Aia, proteggendo Rocchi oltre il dovuto e impedendo la crescita di una nuova generazione di direttori di gara di alto livello. Viene citata con nostalgia la vecchia guardia composta da professionisti come Paparesta, Pieri e Dattilo, la cui uscita di scena avrebbe lasciato un vuoto di competenza che né Rizzoli né l’attuale designatore sono riusciti a colmare in modo adeguato.
Un altro punto centrale del dibattito riguarda i contatti tra i club e i vertici arbitrali, la famosa bussata alla porta dello spogliatoio o i colloqui telefonici con il designatore. Su questo fronte, De Santis assume una posizione pragmatica e moderna, affermando che nel 2026 non si può più gridare allo scandalo se un dirigente cerca un confronto con chi guida gli arbitri. Per l’ex fischietto, il vero nodo della questione non è la comunicazione in sé, che ritiene lecita e perfino necessaria per un confronto civile, ma la mancanza di trasparenza nelle spiegazioni fornite successivamente. La critica si sposta sul format televisivo Open Var, dove a suo dire sono state fornite giustificazioni diametralmente opposte per episodi del tutto simili tra loro. Questa incoerenza comunicativa sarebbe la vera miccia che alimenta i sospetti dei tifosi e degli addetti ai lavori, creando un clima di sfiducia che la sola tecnologia non può dissipare.
Dubbi sull’utilizzo della tecnologia
L’attacco più diretto viene però sferrato contro l’utilizzo del Var, che secondo De Santis, invece di eliminare i dubbi, finisce per alimentarli in modo preoccupante. L’ex arbitro si domanda come sia possibile che, nonostante la disponibilità di decine di telecamere e replay ad alta definizione, si continuino a commettere errori macroscopici che definisce sospetti. Il sospetto di dolo nasce proprio dalla persistenza dell’errore umano in un contesto che dovrebbe essere quasi scientifico. Viene messa in discussione perfino la precisione dei fotogrammi utilizzati per determinare il fuorigioco, suggerendo che la scelta del momento esatto del tocco di palla possa essere manipolata o comunque non sempre oggettiva. Per uscire da questa impasse, la ricetta proposta è netta e prevede una rivoluzione regolamentare e strutturale che possa restituire credibilità a tutto il settore.
Soluzioni per il futuro del sistema
Per riformare un sistema che appare ormai al collasso, De Santis propone due interventi immediati e radicali. Il primo consiste nell’introduzione del Var a chiamata, seguendo il modello già sperimentato con successo in Serie C, in modo da responsabilizzare le panchine e limitare l’intervento discrezionale della sala video. Il secondo intervento riguarda invece il metodo di valutazione degli arbitri di Serie A. Attualmente, i direttori di gara vengono giudicati da osservatori che spesso hanno una carriera alle spalle limitata alle categorie inferiori o ai dilettanti. Questo meccanismo creerebbe un paradosso dove chi ha meno esperienza si ritrova a dover dare voti a professionisti del massimo campionato, risultando facilmente influenzabile dalle pressioni esterne o dalle simpatie personali. Solo cambiando radicalmente questi processi di valutazione e controllo si potrà sperare di ripulire l’immagine del calcio italiano dalle ombre che ciclicamente tornano a oscurarlo.


