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Scandalo in Serie A, viene fuori tutto su Rocchi: “Proprio loro dovevano essere protetti…”

Pubblicato: 29/04/2026 17:39

Il panorama calcistico italiano è scosso da un’inchiesta senza precedenti che vede al centro dell’attenzione l’ex designatore Gianluca Rocchi e il cosiddetto sistema arbitrale della Serie A. Le accuse che emergono dalle denunce di diversi ex direttori di gara delineano un quadro inquietante, fatto di presunti favoritismi, pressioni psicologiche e una gestione personalistica delle carriere. La Procura indaga attualmente per frode sportiva, ipotizzando che dietro le quinte del rettangolo di gioco si muovesse una struttura volta a proteggere una ristretta cerchia di arbitri amici a discapito della meritocrazia e della trasparenza. Questo terremoto giudiziario rischia di travolgere non solo i vertici dell’Aia, ma l’intera credibilità delle istituzioni sportive nazionali, proprio mentre la Procura Federale ha richiesto formalmente gli atti per valutare eventuali sanzioni disciplinari pesantissime.

Un clima di sospetti e favoritismi

Le testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano apertamente di un clima di terrore all’interno dell’associazione arbitri. Ex fischietti come Rocca, Minelli e De Meo hanno descritto una gestione dove la fedeltà al designatore contava più della qualità della prestazione sul campo. Chi faceva parte del circolino di Rocchi sembra godesse di una sorta di immunità, beneficiando di suggerimenti privilegiati e di valutazioni di manica larga che ne garantivano la permanenza ai vertici. Al contrario, chi non si allineava alle direttive ufficiose o non rientrava nelle simpatie della dirigenza subiva un progressivo isolamento che portava spesso all’esclusione definitiva dai ruoli professionistici. Questo dualismo tra figli e figliastri avrebbe creato una spaccatura insanabile all’interno della categoria, alimentando risentimenti e spingendo alcuni protagonisti a rompere il muro del silenzio per denunciare quella che definiscono una vera e propria gestione clientelare del potere.

Il cuore del problema non è solo legato al prestigio sportivo, ma ha una ricaduta finanziaria immediata e devastante. Un arbitro internazionale può arrivare a guadagnare fino a 170 mila euro l’anno, mentre chi viene dismesso si ritrova improvvisamente senza entrate, costretto a reinventarsi professionalmente da zero. Il gettone di presenza per una singola partita di Serie A ammonta a circa 4.000 euro lordi, una cifra che scende a 1.700 euro per chi opera al Var e a 1.400 per gli assistenti. Queste somme rendono la carriera arbitrale estremamente lucrativa e, di conseguenza, la dipendenza dalle designazioni diventa totale. Secondo le accuse, il sistema di votazione basato su pagelle che vanno dall’8,70 all’8,20 veniva manipolato per favorire gli avanzamenti di carriera o per punire i dissidenti. Un voto basso come l’8,20 può comportare uno stop forzato di due mesi, traducendosi in una perdita economica di decine di migliaia di euro. Questa struttura retributiva, definita da alcuni come una forma di cottimismo, avrebbe favorito una competizione malsana e una sudditanza psicologica verso chi detiene il potere di decidere chi mandare in campo.

Le ombre sulla sala Var

Un capitolo centrale dell’inchiesta riguarda l’utilizzo della tecnologia e le presunte interferenze durante lo svolgimento delle gare. Si parla di bussate in sala Var a Lissone per allertare i colleghi e salvarli da errori evidenti che avrebbero compromesso la loro valutazione finale. Un episodio specifico citato nelle carte riguarda la partita Udinese-Parma del marzo 2025, dove Rocchi avrebbe agito per segnalare un rigore poi effettivamente concesso. Altre denunce menzionano segnali in codice e gesti concordati durante i raduni settimanali per indirizzare le decisioni tecnologiche senza lasciare tracce ufficiali nei dialoghi registrati. Esisterebbero persino testimonianze su scambi verbali aggressivi tra varisti e assistenti, come nel caso di un Inter-Roma dove l’invito a farsi i fatti propri avrebbe messo a tacere una segnalazione corretta su un fallo non ravvisato. Se confermate, queste pratiche svuoterebbero di significato l’imparzialità del mezzo tecnologico, trasformandolo in uno strumento di protezione per gli arbitri protetti dal sistema.

Il rischio di sanzioni per i club

Nonostante al momento non risultino società ufficialmente indagate, le conseguenze a livello sportivo potrebbero essere apocalittiche per il calcio italiano. La Procura Federale sta monitorando con estrema attenzione l’evoluzione dell’inchiesta ordinaria perché, nel caso in cui venisse accertato un concorso in frode sportiva, scatterebbe l’applicazione dell’articolo 30 del Codice di Giustizia Sportiva. Le sanzioni previste per l’illecito sportivo sono durissime e non prevedono sconti. Si va dalla semplice penalizzazione in classifica fino alla retrocessione all’ultimo posto o addirittura all’esclusione dal campionato di competenza. Anche i dirigenti e i tesserati che avessero beneficiato consapevolmente di queste dinamiche rischierebbero lunghe inibizioni o squalifiche permanenti. La giustizia sportiva, nota per i suoi tempi estremamente rapidi rispetto a quella civile, potrebbe arrivare a sentenze definitive entro pochi mesi, rischiando di riscrivere completamente le classifiche e i verdetti degli ultimi tornei.

La difesa dell’ex designatore

Dal canto suo, Gianluca Rocchi ha scelto per ora la linea del silenzio mediatico, limitandosi a dichiararsi estraneo ai fatti attraverso i suoi legali. L’ex designatore ha deciso di non presentarsi all’interrogatorio fissato in Procura, una mossa che pur essendo consentita dal codice di procedura penale, non contribuisce a placare le polemiche che lo circondano. Rocchi si dice convinto di poter dimostrare la correttezza del suo operato e di uscire indenne da questa tempesta giudiziaria, definendo le accuse come il frutto di una vendetta orchestrata da chi è stato escluso per demeriti tecnici. Tuttavia, la sua posizione appare sempre più fragile, specialmente dopo che la Procura Generale del Coni ha visto riaprirsi fascicoli che sembravano precedentemente archiviati. La sua carriera come dirigente sembra ormai giunta a un punto di non ritorno, mentre l’Aia si trova a dover gestire una crisi di immagine che mette in discussione la regolarità di decine di partite e il principio stesso di lealtà sportiva.

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