
La guerra sulla Biennale di Venezia non è più solo istituzionale o politica. Ora diventa anche culturale, intellettuale, simbolica. E il livello dello scontro si alza ancora, con l’intervento durissimo del filologo Luciano Canfora, che entra a gamba tesa contro il ministro della Cultura Alessandro Giuli, definendo la sua iniziativa sugli ispettori come “un atto intimidatorio”.
Parole pesanti, che si inseriscono in un contesto già esplosivo: quello raccontato nei retroscena delle ultime ore, con Giuli deciso ad andare fino in fondo nella sua sfida al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, anche a costo di giocarsi la faccia sul possibile commissariamento. Peccato che la Biennale sarebbe un ente indipendente dalla politica. Sarebbe, appunto.
L’affondo di Canfora: “Un riflesso del potere”
L’intervento di Canfora arriva dopo l’invio degli ispettori ministeriali alla Biennale, formalmente per verificare procedure e bilanci, ma di fatto nel pieno dello scontro sul caso del padiglione russo. Per il filologo, il gesto del ministro non è neutro né tecnico: è un segnale politico preciso.
“Quello di Giuli mi sembra un atto intimidatorio”, afferma, parlando di un “classico riflesso condizionato del potere”. Un’accusa che va oltre la polemica contingente e colpisce il metodo, prima ancora del merito.
Canfora richiama anche precedenti storici per sostenere la sua posizione: nei momenti più bui della storia europea, sostiene, guerra e cultura non sono mai state completamente sovrapposte, e tentare oggi di far coincidere i due piani rischia di produrre effetti distorsivi.
Il nodo politico: Russia, cultura e censura
Il punto centrale resta quello che sta spaccando il mondo culturale e politico: la presenza del padiglione russo alla Biennale. Per il ministro Giuli è una questione di coerenza con la linea internazionale dell’Italia e dell’Unione europea dopo l’invasione dell’Ucraina. Per Buttafuoco, invece, la Biennale deve restare uno spazio autonomo, capace di rappresentare le culture anche oltre i conflitti geopolitici.
Canfora si schiera implicitamente su questa seconda linea, sottolineando come la cultura non possa essere trattata come un’estensione della guerra. Un approccio che, secondo lui, rischia di scivolare in una forma di censura o comunque in una gestione politicizzata dell’arte.
La partita vera: commissariamento e bilanci
Ma dietro lo scontro pubblico si muove una partita ancora più delicata. Come già emerso, il ministero ha chiesto di visionare anche i bilanci della Fondazione Biennale. Non è un dettaglio tecnico: è il passaggio chiave per un eventuale commissariamento.
La normativa prevede infatti che il consiglio di amministrazione possa essere sciolto in presenza di gravi irregolarità o squilibri economici. Ed è proprio su questo terreno che Giuli starebbe cercando di costruire la sua mossa decisiva.
Gli ispettori, in questo scenario, diventano lo strumento operativo di una strategia più ampia: trovare un appiglio formale per intervenire. Dall’altra parte, Buttafuoco ostenta sicurezza e respinge ogni accusa, convinto che i conti siano in ordine.
Giuli si gioca la faccia
Il punto politico è tutto qui. Se il commissariamento dovesse arrivare, il ministro potrebbe rivendicare una linea dura e coerente. Ma se non dovessero emergere irregolarità sufficienti, il rischio è opposto: apparire come un ministro che ha alzato lo scontro senza riuscire a chiuderlo.
Ed è proprio questo il senso dell’avvertimento lanciato da Canfora: Giuli, dice, “rischia di coprirsi di ridicolo e di portarselo dietro a lungo”. Una frase che suona come una sentenza politica, oltre che culturale.
Uno scontro destinato a durare
La Biennale di Venezia diventa così il campo di una battaglia che va oltre l’arte. Dentro ci sono la politica estera, gli equilibri di governo, i rapporti con l’Europa e la gestione del potere culturale. E soprattutto, c’è una sfida personale e politica tra Giuli e Buttafuoco che non può più finire in pareggio. La partita è appena entrata nella fase decisiva. E ora, davvero, qualcuno rischia grosso.


