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“Calci, pugni, a dormire su pavimenti allagati: 40 ore di crudeltà su quella nave”. Il racconto horror dei testimoni

Pubblicato: 01/05/2026 16:45

Privati di cibo e acqua, costretti a dormire su pavimenti allagati e sottoposti, secondo le testimonianze, a violenze fisiche ripetute. È questo il quadro denunciato da un gruppo di attivisti coinvolti in un’operazione in mare che, nelle ultime ore, ha sollevato un’ondata di polemiche e interrogativi sul trattamento riservato ai civili in contesti ad alta tensione. Le accuse parlano di condizioni disumane e di una gestione coercitiva protratta per decine di ore, descritta dagli stessi protagonisti come “quaranta ore di crudeltà premeditata”.
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Il racconto degli attivisti

Secondo quanto riferito dai membri della Global Sumud Flotilla, Israele sarebbe intervenuto fermando l’imbarcazione in acque internazionali e trasferendo gli attivisti su una nave militare. Le testimonianze attribuiscono alle forze di Israele una serie di maltrattamenti, con persone tenute con le mani legate dietro la schiena, colpite con calci e pugni e costrette a rimanere in condizioni estreme.

La situazione, sempre secondo il racconto fornito, sarebbe precipitata quando è stato comunicato che due attivisti – Saif Abukeshek e Thiago Ávila – non sarebbero stati trasferiti insieme al resto del gruppo. In quel momento, riferiscono, le autorità di Israele avrebbero deciso di trattenerli separatamente. A quel punto, gli altri partecipanti avrebbero dato vita a quella che definiscono una resistenza pacifica.

“La risposta – raccontano – è stata di pura violenza”. Le dichiarazioni descrivono una sequenza di aggressioni che gli attivisti attribuiscono ancora alle forze di Israele: “Sono stati presi a pugni e calci e trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena”. Tra le conseguenze riportate, si segnalano fratture al naso, costole incrinate e ferite sanguinanti, documentate anche da immagini diffuse sui social.

Nel caos, aggiungono, durante l’intervento di Israele sarebbero stati esplosi anche colpi di arma da fuoco a scopo intimidatorio, aumentando ulteriormente il clima di paura e tensione.

La situazione dopo lo sbarco

Una volta terminata la fase in mare, il ruolo di Israele resta al centro delle denunce degli attivisti, che parlano di una gestione coercitiva proseguita anche dopo il trasferimento. Secondo la ricostruzione diffusa dalla Flotilla, la Polizia greca avrebbe trattenuto gli attivisti su autobus, impedendo loro di muoversi liberamente, mentre le conseguenze dell’azione attribuita a Israele continuano a pesare sulle condizioni fisiche del gruppo.

Nel frattempo, il destino dei due attivisti separati dal resto resta legato alle decisioni di Israele: secondo quanto dichiarato, sarebbero stati trasferiti contro la loro volontà per essere sottoposti a interrogatorio.

Protesta e sciopero della fame

Di fronte a questa situazione, circa sessanta attivisti hanno annunciato l’avvio di uno sciopero della fame, denunciando quello che definiscono un “attacco brutale contro civili innocenti” e puntando il dito contro Israele per quanto accaduto. La protesta mira a richiamare l’attenzione internazionale sulle condizioni subite e a chiedere il rispetto dei diritti umani.

Le parole diffuse nella nota sono nette: “Questo è un attacco brutale contro civili innocenti. Non resteremo indifferenti”. Una presa di posizione che evidenzia la volontà del gruppo di mantenere alta la pressione mediatica e politica anche nei confronti di Israele.

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