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Italia 1946-1994. I “dettagli” di Guido Melis che fanno la storia della complessa rinascita

Pubblicato: 08/05/2026 13:47

È probabile che a un lettore disattento appaia poco rilevante, un dettaglio insignificante, sapere che nel 1953 non siano stati rieletti ben 419 parlamentari della legislatura del 1948, tra Camera e Senato. Il 1953 è l’anno dell’azzardo della riforma del sistema elettorale voluta da Alcide De Gasperi e Mario Scelba. La riforma mancata che le opposizioni di sinistra e di destra definirono “truffa”. La legge assegnava il 64,4 per cento dei seggi della Camera (380 su 590) alla lista o al gruppo di liste collegate che avessero superato il 50 per cento dei voti validi. Nel 1948 si era votato con il sistema proporzionale. L’obiettivo era garantire stabilità alle coalizioni e dunque ai governi. Tra il 1945 e il 1954 si erano alternati 8 governi, con maggioranze mutevoli, sia pure tutti guidati da Alcide De Gasperi, il vero motore della ripresa italiana dopo la guerra.

La Democrazia Cristiana fu sconfitta. Perse la maggioranza assoluta dei seggi e alla Camera si fermò al 40,1%. L’ottavo governo De Gasperi non ottenne la fiducia, e passò la mano a un breve governo di transizione (4 mesi e 19 giorni) guidato da Giuseppe Pella. De Gasperi morì un anno dopo. Nel decennio successivo -1952/1963 – i governi, sempre a guida democristiana – furono 11. Un ciclo politico si era chiuso. Il boom economico stava cambiando l’Italia. Ma la caducità dei governi continuò, con sei presidenti del Consiglio diversi, restò una caratteristica negativa.

In questo contesto, può sembrare irrilevante il significativo mutamento della base parlamentare. Ma il numero dei bocciati <segnala un forte mutazione della rappresentanza in tutti i partiti e […] specialmente nei due maggiori, cioè Dc e PCI>. Era già accaduto nel 1948, quando gran parte dei “deputati costituzionali” del 1946 non furono eletti nella prima legislatura repubblicana. Non sono dettagli. Perché cambiare la base parlamentare significa l’entrare il gioco di culture, professionalità e sensibilità diverse, che determinano un nuovo modo di interpretare la formazione delle leggi, all’interno di ciascuna forza politica. I “dettagli” sono il filo conduttore del corposo lavoro storiografico di Guido Melis Le istituzioni della Repubblica italiana 1946-1994 (il Mulino, Bologna 2026). I dettagli non per pignoleria. I dettagli come chiave per interpretare la storia politica, culturale e sociale di una Nazione che seppe rinascere dopo la guerra che gli italiani non volevano. Una guerra malamente perduta. Una sconfitta che – a posteriori – è legittimo considerare dolorosa e insieme miracolosa, visto che, se fosse stata vinta come alleati della Germania hitleriana avrebbe, precipitato l’Italia nel baratro dell’inciviltà.

È stata, comunque, la rinascita italiana – nel periodo 1946-1924 oggetto dello studio – complessa, contraddittoria, lenta nell’attuare la Costituzione – Piero Calamandrei definì “il periodo legislativo che va dal 18 aprile 1948 al 7 giugno 1953 passerà alla storia come il quinquennio della inadempienza costituzionale” -, lentissima nel disegnare la struttura politica, giuridica e amministrativa della Repubblica, nella produzione legislativa che avrebbe dovuto superare la continuità con il sistema fascista. Per un esempio paradigmatico, la Corte Costituzionale nacque solo nel 1955, e la sua prima sentenza fu emessa nel 1956. L’instabilità dei governi, non ha aiutato. Un ministro in carica per pochi mesi è ben difficile che possa incidere sulla materia di cui dovrebbe occuparsi.

Nonostante tutto – rileva Melis – <non c’è dubbio che Alcide De Gaspari sia stato il principale promotore e la guida di quella fase storica che definiamo solitamente come il dopoguerra e che abbia posto. Spesso con intuito felice, le basi per la ricostruzione economica, sociale e morale del paese: fu il timoniere illuminato della politica estera della nuova Repubblica, basata sulla salda collocazione dell’Italia nel quadro occidentale della Nato e sul riconoscimento dell’egemonia statunitense ma anche sulla fondazione dei primi passi dell’Europa comunitaria; fu il paziente creatore di alcuni dei presupposti sui quali sarebbe avvenuta la ricostruzione>.

De Gaspari, riconosce Melis, <fu, certo, il leader indiscusso della difficile transizione italiana e tenne a lungo nelle sue mani (e saldamente) il governo del paese, ma al tempo stesso fu, inevitabilmente un leader condizionato, che dovette esercitare, pur muovendosi nell’arco di quelle che apparvero e forse anche furono stabili maggioranze centriste, una spiccata funzione di mediazione, sia nei confronti del Parlamento […] sia verso i quattro partiti alleati, sia (anche più spesso forse) all’interno del suo stesso partito, la Dc, nella quale ebbe indiscussa autorevolezza ma non sempre altrettanta autorità>.
In ogni caso De Gasperi dovette gestire la transizione con uno strumento – la Costituzione – non propriamente adeguato. Melis ricorda che il giovane giurista, Massimo Severo Giannini, partigiano socialista, già nel novembre del 1945 avvertiva – nel “Bollettino di informazione e documentazione del Ministero per la Costituente” – che <La soluzione dei nostri problemi costituzionali non dovrà trovarsi nell’acquisto da un rigattiere di una Magna Carta usata, né in una cucitura di “pezzi” presi qua là tra il mezzo centinaio di costituzioni esistenti, né in un piano di assorti professori di diritto pubblico. In tutti e tre i casi avremmo una costituzione non vitale, un pezzo di carta con nastri e sigilli da conservare in malinconici musei storici. Per fare una costituzione che sia insieme moderna, organica, tecnicamente buona, ma soprattutto rispondenti alle effettive esigenze di un paese così difficile e scaltrito come il nostro, occorrono serie indagini, onerose rivelazioni delle istanze, attente disamine>. Decenni dopo lo stesso Giannini lamentò che <nessun partito politico si presentò all’Assemblea costituente con un proprio definito progetto di Costituzione>.
Nel contesto dell’epoca Giannini si può considerare un visionario. <Si schierò – sottolinea Melis – per la forma di governo presidenziale temperata da adeguati contropoteri, fu a favore del sistema di voto uninominale, sostenne il principio di autogoverno dal basso e di un sistema di soggetti […] capaci di dar corpo a una robusta democrazia moderna in senso non meramente formale>. Leggere i “dettagli” della storia istituzionale italiana sciorinati da Melis consente di comprendere perché l’attuazione della Costituzione – si pensi alle Regioni a statuto ordinario, che nascono solo nel 1970, ammesso che fossero necessarie – sia stata modificata, a parte i principi fondamentali, con decine di interventi. Quella che ci piace chiamare la Costituzione “più bella del mondo” in realtà avrebbe potuto essere migliore se fosse stato scelto il sistema presidenziale ipotizzato da Giannini e sostenuto nella Costituente dal non ascoltato Piero Calamandrei. <Il grande intellettuale fiorentino – ricorda Melis – esordì nel silenzio rispettoso dei colleghi, constatando con una punta di ironia di “essere il solo che abbia qualche simpatia per la repubblica presidenziale”>. Una prospettiva che ai partiti sembrò pericolosa per un paese uscito da una dittatura. Anche se Calamandrei <Rammentò ai suoi critici come in Italia il fascismo fosse sorto non dal presidenzialismo ma semmai proprio dalla crisi mortale del parlamentarismo che ora si voleva riadottare>. Pose con forza il tema della stabilità dei governi.
Le conseguenze di questa scelta hanno molto pesato sulla capacità di azione dei governi succedutisi dopo la sconfitta della “legge truffa” nel 1953. D’altra parte, nota Melis, <quel che era accaduto nelle elezioni del 1953 era assai di più di un normale rovesciamento degli equilibri elettorali. Vi si leggeva, e gli eventi successivi lo avrebbero confermato, l’emergere in nuce di una nuova società italiana, via via più articolata e complessa di quella dell’immediato dopoguerra […] Si era chiusa un’epoca, anche se non si poteva prevedere ciò che sarebbe seguito>. Anche quel che è seguito viene perfettamente alla luce nel lavoro di Melis, che va opportunamente ben oltre la storia specialistica delle istituzioni. Si tratta di una necessaria storia globale.

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