
Da cosa dipende il consenso che i sondaggi continuano ad attribuire a Roberto Vannacci? Nell’immaginario di una parte del commentariato italiano la risposta è semplice e rassicurante: dalla presunta arretratezza di una parte del Paese. Un’Italia descritta come razzista, misogina, reazionaria e nostalgica del passato. Una spiegazione comoda, perché consente di archiviare il fenomeno senza interrogarsi troppo sulle sue cause profonde. Eppure proprio qui potrebbe nascondersi l’errore.
Per quanto possa sembrare paradossale, il successo del generale potrebbe essere stato costruito proprio da chi oggi lo combatte con maggiore accanimento. Non dai suoi sostenitori, non dai suoi elettori, ma da una parte di quel mondo culturale e politico che negli ultimi anni ha progressivamente sostituito il confronto con la delegittimazione dell’avversario.
Il regalo più grande al generale
Negli ultimi anni una parte della sinistra italiana ha importato dal mondo anglosassone linguaggi, categorie e battaglie nate soprattutto negli Stati Uniti. La cultura woke, la cancel culture, le politiche identitarie e una crescente insofferenza verso le opinioni considerate non conformi sono diventate elementi sempre più presenti nel dibattito pubblico.
Il risultato è stato spesso l’opposto di quello desiderato. Ogni tentativo di stabilire chi possa parlare e chi no, chi sia degno di partecipare a un dibattito e chi debba essere escluso, ha alimentato la percezione di una nuova forma di conformismo culturale. È in questo spazio che Vannacci ha trovato terreno fertile.
La lezione che arriva dagli Stati Uniti
Basti pensare alle polemiche sui cosiddetti patentini antifascisti, richiesti in varie occasioni per concedere sale, organizzare eventi o partecipare a iniziative pubbliche. Che si tratti di episodi limitati o diffusi conta relativamente poco. Ciò che conta è il messaggio che arriva all’opinione pubblica: l’idea che alcune opinioni siano considerate accettabili e altre no.
Negli Stati Uniti questa dinamica è stata ancora più evidente. La diffusione della Critical Race Theory, della cancel culture e delle politiche identitarie ha prodotto una reazione enorme che ha contribuito al successo di Donald Trump. Milioni di persone non hanno votato soltanto contro i democratici, ma contro un clima culturale percepito come oppressivo e moralista.
L’Italia non è l’America. Ha una storia diversa, tradizioni più solide e una struttura culturale meno permeabile agli estremismi ideologici. Tuttavia alcuni segnali sono evidenti. Provare oggi a organizzare in certi ambienti universitari o culturali un convegno sulla famiglia, sull’aborto o su altri temi sensibili significa spesso esporsi a campagne di contestazione preventiva.
È qui che emerge il vero paradosso. Più una parte del mondo progressista tenta di isolare figure come Vannacci, più finisce per rafforzarle. Più cerca di delegittimarle moralmente, più offre loro l’opportunità di presentarsi come vittime di un sistema che non tollera il dissenso.
Forse, allora, la domanda da porsi non è perché cresca Vannacci. La domanda è un’altra. Chi gli ha permesso di crescere? E la risposta potrebbe essere molto più scomoda di quanto molti siano disposti ad ammettere.


