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Stasi scagionato: nell’informativa smontati l’indizio e il movente

Pubblicato: 10/05/2026 13:00

Esistono verità sommerse che attendono anni, a volte decenni, prima di trovare il varco giusto per emergere in superficie, sfidando sentenze che apparivano scritte nella roccia. In certi casi di cronaca, il percorso della giustizia somiglia a un labirinto dove ogni svolta sembra condurre a un vicolo cieco, alimentando dubbi che col tempo diventano voragini. Quando nuovi elementi iniziano a incastrarsi in modo differente, non è solo il merito del processo a essere messo in discussione, ma l’intera impalcatura investigativa che ha retto per anni una narrazione pubblica consolidata. È un gioco di specchi dove ciò che ieri era considerato una prova inoppugnabile oggi appare come un fragilissimo castello di carte, lasciando intravedere scenari che avrebbero potuto cambiare il destino di molte vite già molto tempo fa, se solo si fosse avuta la forza di guardare oltre le apparenze e i pregiudizi procedurali.

La verità negata: il rapporto che scuote Garlasco

Già sei anni fa l’innocenza di Alberto Stasi per il delitto di Garlasco avrebbe potuto venire alla luce: ma a stoppare l’inchiesta che avrebbe potuto già allora riscrivere la storia dell’omicidio di Chiara Poggi fu la Procura di Pavia, retta allora dal procuratore Mario Venditti. A metterlo nero su bianco sono i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano nel rapporto finale, reso noto venerdì, che non si limita a indicare gli elementi che portano a Andrea Sempio come vero colpevole dell’omicidio ma analizzano e smontano meticolosamente anche le indagini e i processi che portarono dopo due assoluzioni a condannare Stasi. A sostenere l’innocenza di Stasi è dedicata tutta l’ultima parte dell’informativa firmata dal colonnello Antonio Coppola, comandante del Nucleo investigativo dell’Arma milanese.

Coppola ricorda come nel 2020 la Procura di Pavia avesse disposto nuove indagini, dopo che la Procura di Milano aveva trasmesso i risultati degli accertamenti sui pedinamenti sospetti a carico di Giada Bocellari, difensore di Stasi. Scavando sull’oscura vicenda, i carabinieri milanesi avevano individuato una serie di assurdità nella condanna di Stasi, in una nota trasmessa da Milano a Pavia. Il procuratore pavese di allora, Mario Venditti, delega i carabinieri di Milano a indagare. Ma quando gli investigatori chiedono di poter acquisire tutta la documentazione dei vecchi fascicoli di inchiesta «la richiesta – si legge nell’informativa – non ottenne alcun esito. Di contro nel documento con cui la procura chiedeva l’archiviazione del procedimento fu decontestualizzata e il suo contenuto utilizzato dal pm per elidere ogni possibilità di ulteriore approfondimento sulla vicenda».

Parole di una pesantezza inconsueta. Che assumono il loro senso nella demolizione che i carabinieri milanesi effettuano della intera gestione delle indagini. È una demolizione che coinvolge sia l’indagine e i processi che tra il 2014 e il 2015 portarono alla condanna di Stasi sia le sbrigative inchieste con cui nel 2016 e 2017 vennero affossati a Pavia i primi indizi a carico di Sempio. Su queste ultime, coordinate da Venditti, il passaggio più lapidario del nuovo rapporto parla di «totale assenza di visione investigativa» da parte dei carabinieri delegati da Venditti, e sottolinea i «contatti assolutamente anomali, irrituali, illogici» tra l’indagato Sempio e il maresciallo Sapone, carabiniere di fiducia di Venditti.

Dettagliata e corposa è la controanalisi degli elementi che portarono nel 2014 la Procura generale di Milano a chiedere e ottenere la condanna di Stasi. Le conclusioni del perito Francesco De Stefano, autore di una delle analisi decisive, vengono definite «un misto di imprecisioni, inesattezze e falsità». Le accuse a Stasi sullo scambio dei pedali della bicicletta vengono liquidate scrivendo che non reggono «anche ammettendo che un assassino così freddo e calcolatore avesse commesso una superficialità degna di personaggi fumettistici». La tesi secondo cui Stasi non poteva non essersi sporcato le scarpe di sangue viene smontata sulla base di precedenti analoghi. E soprattutto viene smontato il movente, la presunta indignazione di Chiara per la passione del fidanzato per i video porno, sulla base delle chat tra i due, che invece trasudano tenerezza e confidenza, e che «testimoniano non solo come Chiara fosse consapevole che Alberto abitualmente consultasse il porno, senza per questo mostrare alcuna forma di disapprovazione, ma che sull’argomento tra i due fidanzati non ci fosse alcuna forma di tensione».

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Ultimo Aggiornamento: 10/05/2026 13:05

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