
Una telefonata improvvisa, arrivata nel giorno dedicato al ricordo di Peppino Impastato, ha cambiato la quotidianità del giornalista Nello Trocchia. Dall’altra parte del telefono, la comunicazione ufficiale: il Viminale ha deciso di assegnargli la scorta dopo l’escalation di minacce ricevute negli ultimi mesi. Una misura che arriva al termine di una lunga serie di intimidazioni, messaggi inquietanti e episodi che gli investigatori considerano tutt’altro che episodici.
Trocchia, inviato del quotidiano Domani, da anni racconta gli intrecci tra criminalità organizzata, narcotraffico, clan e ambienti ultras. Proprio le sue inchieste avrebbero provocato reazioni sempre più aggressive da parte di personaggi vicini alla criminalità romana e non solo. Alcuni messaggi ricevuti sui social sono finiti in un fascicolo della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Frasi pesantissime, minacce di morte e riferimenti espliciti alla sua attività giornalistica.
Le minacce dei clan e il clima sempre più pesante
Negli ultimi tempi la situazione sarebbe diventata particolarmente delicata. Sotto ai post pubblicati dal cronista sono comparsi messaggi intimidatori come “devi morì”, “ognuno si sceglie il suo destino” oppure “ce sentimo presto infame”. Parole che, secondo gli investigatori, non sarebbero semplici provocazioni da social network ma segnali da valutare con estrema attenzione.
Tra i nomi citati nella vicenda compare anche quello di Walter Domizi, considerato dagli inquirenti uno dei narcotrafficanti più influenti della Capitale. Dopo la scarcerazione avvenuta nel 2025, Domizi aveva attaccato pubblicamente il giornalista accusandolo di raccontare “follie senza riscontro”. Nelle carte investigative compaiono poi anche riferimenti ad Alessandro Presta, legato ad ambienti criminali del litorale romano e già coinvolto in operazioni antidroga.
Il clima di pressione attorno al giornalista si sarebbe aggravato ulteriormente con altre intimidazioni provenienti dal mondo ultras e da personaggi già noti alle cronache giudiziarie. Tra questi anche il pugile Kevin Di Napoli, coinvolto nel processo “Grande raccordo criminale”, che in passato avrebbe affrontato direttamente Trocchia contestandogli gli articoli pubblicati.
La decisione del Viminale e il messaggio del giornalista
Alla luce del quadro emerso, Prefettura e Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale hanno deciso di rafforzare la protezione del cronista con l’assegnazione della scorta. In realtà Trocchia era già stato sottoposto in passato a misure di vigilanza saltuarie, ma adesso il livello di rischio sarebbe stato considerato più elevato.
Il giornalista ha commentato la decisione con parole molto nette, spiegando di sentire ancora più forte il peso della responsabilità legata al proprio lavoro. Ha ringraziato le istituzioni, il giornale e i colleghi che gli hanno manifestato solidarietà, ribadendo però di voler continuare a raccontare i territori segnati dalla presenza delle organizzazioni criminali e del narcotraffico.
Nel suo messaggio emerge soprattutto la volontà di non arretrare. Trocchia ha infatti spiegato che continuerà a fare il proprio mestiere, raccontando fatti, poteri criminali e connivenze, anche nei contesti più difficili. Un segnale forte che arriva in un momento in cui il tema della sicurezza dei giornalisti impegnati nelle inchieste sulla criminalità organizzata torna ancora una volta al centro del dibattito pubblico.
Le aggressioni subite negli anni
Quella delle minacce recenti non è la prima vicenda delicata vissuta da Nello. Negli anni il cronista di Domani è già stato vittima di aggressioni e intimidazioni durante il suo lavoro sul territorio. A Foggia era stato aggredito dal fratello di una vittima di mafia, mentre in un’altra occasione aveva subito intimidazioni da esponenti legati ai Casamonica.
Anche questi episodi sono finiti in tribunale e hanno portato a condanne. Tuttavia il continuo ripetersi di minacce, pressioni e messaggi intimidatori ha convinto le autorità a intervenire con misure più incisive.
La decisione del Viminale rappresenta quindi non solo una misura di protezione personale, ma anche un segnale istituzionale sul valore del lavoro giornalistico nelle inchieste sulla criminalità organizzata e sui poteri illegali che continuano a muoversi tra affari, ultras e narcotraffico.


