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“Mortalità oltre il 30%!”. L’allarme di Burioni, parole che fanno paura

Pubblicato: 11/05/2026 11:23

Una malattia poco conosciuta dal grande pubblico, sintomi inizialmente simili a quelli di molte infezioni respiratorie e una mortalità che, nei casi più gravi, può superare il 30 per cento. Attorno all’hantavirus cresce l’attenzione dopo il focolaio registrato a bordo di una nave da crociera sbarcata a Tenerife, in Spagna, e dopo la decisione delle autorità sanitarie di monitorare anche alcuni cittadini italiani entrati indirettamente in contatto con una persona poi deceduta.
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A riaccendere il dibattito sul virus è stato il professor Roberto Burioni, intervenuto nel programma “Che tempo che fa” condotto da Fabio Fazio sul Nove. Il virologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha spiegato quali siano i principali rischi legati all’infezione, soffermandosi soprattutto sulla lunga incubazione e sull’assenza di cure specifiche.

“I sintomi sono molto vaghi all’inizio: febbre e difficoltà respiratorie, però poi diventa una malattia molto grave con una mortalità superiore al 30%. Non ci sono cure e non c’è neanche un vaccino. O meglio, c’è ma hanno deciso di non svilupparlo perché non avevo un mercato sufficiente, è sempre il solito discorso”.

Le parole del virologo arrivano mentre prosegue il monitoraggio sanitario dei passeggeri coinvolti nella vicenda della crociera e delle persone che potrebbero aver avuto contatti con soggetti esposti al virus.

Il focolaio e i controlli sui passeggeri

L’attenzione delle autorità sanitarie si concentra soprattutto sulla catena dei contatti legati alla donna deceduta dopo essere salita per pochi minuti su un volo durante uno scalo in Sudafrica. Su quell’aereo erano presenti anche quattro cittadini italiani, oggi sottoposti a sorveglianza sanitaria in via precauzionale.

Secondo quanto spiegato da Burioni, al momento i dati disponibili non indicano una diffusione ampia del virus tra gli esseri umani. Tuttavia, la conoscenza scientifica dell’hantavirus resta ancora limitata, soprattutto per il numero relativamente basso di casi epidemici studiati fino a oggi.

“Questo virus non è molto contagioso per gli uomini. Però, c’è un però…”, ha spiegato il professore nel corso della trasmissione televisiva.

“Quello che sappiamo si basa sull’osservazione di episodi epidemici molto piccoli, il più grande è di 31 casi. Quindi, quello che sappiamo è relativamente poco”.

Un elemento che spinge gli esperti a mantenere alta l’attenzione soprattutto nelle prossime settimane, considerate decisive per comprendere se il focolaio resterà circoscritto oppure no.

L’incubazione lunga e il rischio contagio

Tra gli aspetti più delicati evidenziati da Roberto Burioni c’è soprattutto la lunga incubazione della malattia. Secondo quanto spiegato dal virologo, il virus può restare silente per molte settimane prima dell’eventuale comparsa dei sintomi.

“Per quello che noi sappiamo, non siamo di fronte a una nuova epidemia. Però, c’è un però… Questa malattia ha un’incubazione molto lunga, che arriva fino a 50 giorni, dobbiamo sperare che nei prossimi 50 giorni nessuno diventi positivo”.

È proprio questa finestra temporale a rendere necessarie misure di sorveglianza prolungate per tutte le persone considerate potenzialmente esposte.

Le autorità sanitarie stanno infatti applicando protocolli di controllo e isolamento preventivo per limitare qualsiasi possibilità di trasmissione secondaria.

Secondo Burioni, il monitoraggio rappresenta oggi l’unica vera arma disponibile contro l’hantavirus, proprio perché mancano sia terapie specifiche sia una vaccinazione diffusa.

L’assenza di cure e il tema del vaccino

Uno dei passaggi più duri dell’intervento televisivo del virologo riguarda il mancato sviluppo di un vaccino contro l’hantavirus. Burioni ha spiegato che una possibile soluzione vaccinale esisterebbe già, ma che non sarebbe stata portata avanti per ragioni economiche.

“Non ci sono cure e non c’è neanche un vaccino. O meglio, c’è ma hanno deciso di non svilupparlo perché non avevo un mercato sufficiente, è sempre il solito discorso”.

Parole che riportano al centro del dibattito il rapporto tra ricerca scientifica, investimenti farmaceutici e sostenibilità economica dei trattamenti per malattie considerate rare o circoscritte.

Nel frattempo, gli esperti sottolineano che il principale strumento di contenimento resta l’isolamento delle persone coinvolte e il tracciamento accurato dei contatti.

Il timore delle mutazioni

Nel corso del suo intervento, Roberto Burioni ha anche evidenziato un altro elemento che impone prudenza: la possibilità che il virus possa mutare nel tempo.

“Però diciamo che adesso queste persone devono essere isolate, perché i virus possono anche cambiare: quindi un virus che non è contagioso può diventarlo”.

Al momento, però, il professore ha precisato che il rischio appare confinato alle persone che erano presenti sulla nave da crociera o che hanno avuto interazioni dirette con loro.

“Però, in questo momento, il pericolo del contagio è ristretto a quelli che erano nella nave e quelli che hanno interagito con loro”.

La speranza degli esperti è che entro il termine del periodo massimo di incubazione non emergano nuovi casi positivi fuori dal cluster già individuato.

“Deve esserci una quarantena di una cinquantina di giorni, se tra 50 giorni non c’è stato, come spero, nessun positivo al di fuori di quella della nave, possiamo tirare un sospiro di sollievo”.

Per ora, dunque, l’attenzione resta alta ma senza allarmismi. Il monitoraggio sanitario delle persone coinvolte continuerà nelle prossime settimane, considerate cruciali per capire se il focolaio potrà dirsi definitivamente sotto controllo.

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