
C’è un’aria particolare nei corridoi del potere quando le scadenze elettorali iniziano a intravedersi all’orizzonte, ma la navigazione prosegue con la fermezza di chi non vuole cedere il timone. Le aule parlamentari diventano allora il teatro di una dialettica serrata, dove i numeri macroeconomici si intrecciano a visioni future che sanno di svolte epocali. Non è solo questione di contabilità o di bilanci certificati, ma di una partita a scacchi giocata su più fronti: quello dell’energia, quello del lavoro e quello, immancabile, dello scontro frontale tra leader che non si risparmiano stoccate personali. È un momento di bilanci intermedi che guarda però molto lontano, oltre la contingenza del presente, cercando di tracciare un sentiero che possa resistere alle intemperie della geopolitica e alle turbolenze dei mercati internazionali. In questo scenario, ogni dichiarazione pesa come un macigno e ogni apertura, o chiusura, definisce il perimetro di un’azione politica che rivendica coerenza e stabilità come propri marchi di fabbrica.
Strategie industriali e veti incrociati: la rotta verso il nucleare
Il dibattito si è acceso improvvisamente sulla questione energetica, con una dichiarazione che segna un punto di rottura rispetto al passato recente: “Approfitto per dire che entro l’estate sarà adottata la legge delega, saranno adottati i decreti attuativi e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione nucleare in Italia”. Con queste parole, pronunciate durante il Premier Time in Senato, Giorgia Meloni ha risposto a un quesito posto da Azione, sottolineando la volontà di procedere spediti verso l’autonomia energetica. Non è mancato un passaggio sulla gestione delle priorità attraverso nuove strutture di coordinamento: “Sulla cabina di regia sarei anche disponibile. Quando finora abbiamo provato a fare delle proposte di questo tipo le risposte dalla stragrande maggioranza dei partiti di opposizione non è stata di disponibilità”, ha precisato la premier, ricordando i rifiuti del passato e ribadendo che le sue porte restano “aperte per chiunque abbia voglia di mettere da parte l’interesse di partito per l’interesse nazionale”.
Ma la seduta ha vissuto i suoi momenti di massima tensione nel confronto con Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva ha incalzato la presidenza sulle prospettive dell’ultimo scorcio di legislatura, ricevendo una risposta piccata sulla natura del mandato governativo: “La novità di questo governo non è solo avere una stabilità, la stabilità è necessaria per realizzare una visione”. Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti in questi quasi quattro anni, puntando tutto su tre pilastri: salari, incentivi alle imprese e natalità. Nel mirino c’è anche il rafforzamento degli investimenti domestici: “Vogliamo rafforzare i meccanismi che abbiamo già introdotto per accrescere gli investimenti dei fondi pensioni nell’economia reale italiana perché qualcosa non funziona se ci sono 260 miliardi raccolti dagli italiani dei quali 40 miliardi solamente sono investiti in Italia”.
Scontro aperto sui salari e il braccio di ferro con Renzi
Il clima si è fatto rovente quando il senatore Renzi ha attaccato la qualità della squadra di governo, citando i recenti scossoni al Ministero della Cultura e la gestione dello staff del ministro Giuli. Meloni ha ribattuto colpo su colpo, difendendo anche il controverso Piano casa: “Intanto lei dice ‘non mi dica Piano casa’ ma lo potrò scegliere io quali sono le prime tre priorità economiche che si dà il governo nell’ultimo anno o lei vuole decidere anche quello?”. La discussione si è poi spostata sul tema del salario minimo, con la premier che ha ribadito la sua linea contraria alla proposta delle opposizioni: “I salari vanno aumentati rafforzando la contrattazione, è lì che si difendono i diritti dei lavoratori. È una strada diversa dal salario minimo legale, che rischia di diventare una soglia al ribasso”.
A sostegno della tesi governativa, Meloni ha citato i dati sui recuperi del potere d’acquisto, rivendicando gli interventi sul costo del lavoro e i rinnovi contrattuali nel settore pubblico, con particolare enfasi sul mondo dell’istruzione: “In alcuni comparti addirittura tre rinnovi, come il comparto scuola: un docente in media guadagna 412 euro al mese in più insieme agli arretrati”. Sul fronte PNRR, i numeri forniti indicano una progressione costante: “Al 31 marzo la spesa certificata ammonta a 117 miliardi, il 76% a cui si aggiungono 24 miliardi di strumenti finanziari direi che abbiamo fatto un buon lavoro”. La sfida per i prossimi mesi è lanciata, tra la rivendicazione di quanto fatto e la scommessa sull’atomo.


