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Trump a Pechino da Xi: la tregua tra Cina e Usa passa da Taiwan, dazi e Iran

Pubblicato: 14/05/2026 07:08

Donald Trump arriva a Pechino e Xi Jinping gli riserva un’accoglienza da grande potenza, con la cerimonia nella Grande Sala del Popolo, gli inni, i 21 colpi di cannone e una lunga stretta di mano davanti a Piazza Tiananmen. Il vertice tra Cina e Stati Uniti si apre così, nel linguaggio solenne della diplomazia e con un messaggio politico preciso: Pechino vuole presentare il confronto con Washington non come uno scontro inevitabile, ma come una possibile coabitazione tra potenze. Xi parla di “partner, non rivali”, Trump ricambia con parole di stima personale e definisce il presidente cinese un “grande leader”. Ma dietro la scena costruita con cura restano tutti i dossier più duri: Taiwan, dazi, chip, terre rare, tecnologia, commercio e guerra in Iran.

Xi Jinping ha insistito sulla necessità di superare la cosiddetta trappola di Tucidide, cioè l’idea che una potenza emergente e una potenza dominante siano destinate allo scontro. Per il leader cinese, il 2026 può diventare un anno di svolta nei rapporti sino-americani, a condizione che Washington accetti una relazione fondata sulla cooperazione e non sul contenimento. Il messaggio è diretto: la crescita della Cina non deve essere letta dagli Stati Uniti come una minaccia automatica, ma come un fatto con cui costruire un nuovo equilibrio globale.

La questione Taiwan resta il nodo più pericoloso

Il passaggio più delicato riguarda Taiwan, definita da Xi la questione più importante nei rapporti tra Pechino e Washington. Il leader cinese ha avvertito che l’indipendenza dell’isola e la pace nello Stretto sono incompatibili, indicando nella stabilità dell’area il terreno su cui misurare davvero la tenuta del rapporto con gli Stati Uniti. È il punto in cui la retorica della cooperazione incontra il limite più concreto: se Taiwan viene gestita male, ha spiegato Xi, l’intera relazione bilaterale può precipitare in una situazione molto pericolosa.

Trump, dal canto suo, ha scelto toni molto concilianti. Ha parlato di una “fantastica relazione” con Xi, ha detto che i rapporti tra Cina e Usa potranno essere “migliori che mai” e ha sottolineato il rispetto per il lavoro compiuto dal leader cinese. Una postura personale, quasi confidenziale, che Trump usa spesso nei grandi vertici internazionali: trasformare il rapporto tra Stati in rapporto tra leader, spostando il peso della diplomazia sul piano della fiducia diretta.

Dazi, chip e terre rare nel cuore del negoziato

Al di là delle frasi solenni, il vertice si gioca soprattutto sul terreno economico. La guerra commerciale resta aperta, anche se Xi ha richiamato il risultato “equilibrato e positivo” raggiunto dai negoziatori cinesi e americani a Seul. La frase chiave è un avvertimento: non ci sono vincitori in una guerra commerciale. Pechino punta a disinnescare il conflitto sui dazi e sulle restrizioni tecnologiche, mentre Washington guarda ai chip, alle terre rare e alle catene di approvvigionamento come a questioni di sicurezza nazionale.

Un segnale concreto arriva anche dalla carne bovina americana: la Cina ha rinnovato le licenze di esportazione per centinaia di stabilimenti statunitensi, aprendo la strada a un possibile aumento delle vendite dagli Usa verso il mercato cinese. È un gesto economico, ma anche politico. In un vertice dominato dai grandi equilibri mondiali, perfino una licenza commerciale diventa una piccola moneta diplomatica.

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