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Trump-Netanyahu, la guerra con l’Iran torna vicina: Israele pronto a sostenere nuovi raid Usa

Pubblicato: 18/05/2026 07:20

Donald Trump torna a evocare apertamente la possibilità di una nuova offensiva contro l’Iran e lo fa dopo una telefonata con il premier israeliano Benjamin Netanyahu che, secondo fonti vicine al governo di Tel Aviv, avrebbe già garantito il sostegno di Israele in caso di ripresa delle ostilità. Il presidente americano, reduce dal viaggio in Cina e sempre più convinto che Teheran stia usando il negoziato per prendere tempo, ha convocato per martedì i vertici militari americani e ha rilanciato il proprio ultimatum con parole durissime: “Senza un accordo non ne resterà più nulla”. Una frase che a Washington viene interpretata come il segnale più esplicito delle ultime settimane sulla possibilità concreta di nuovi bombardamenti nel Golfo.

La sensazione, nelle cancellerie occidentali e mediorientali, è che la crisi stia entrando in una fase molto più pericolosa. Trump continua a lasciare aperto uno spiraglio diplomatico, ma contemporaneamente aumenta la pressione militare e politica sull’Iran, mentre Netanyahu avrebbe già aggiornato il gabinetto di sicurezza israeliano sulla possibilità di un coinvolgimento diretto dello Stato ebraico in eventuali operazioni americane. Il quadro, intanto, si complica ulteriormente dopo l’avvicinamento della portaerei americana Lincoln alle coste iraniane e dopo gli episodi legati ai droni che hanno colpito gli Emirati Arabi Uniti.

Trump alza la pressione sull’Iran

Secondo quanto emerso nelle ultime ore, la telefonata tra Trump e Netanyahu sarebbe servita a fare il punto sia sui negoziati con Teheran sia sui possibili scenari militari. Il presidente americano avrebbe ribadito di attendersi una nuova proposta iraniana, ma avrebbe anche chiarito che Washington non è intenzionata ad accettare compromessi considerati troppo favorevoli agli ayatollah. “Se non faranno un’offerta migliore, li colpiremo più duramente che mai”, avrebbe detto Trump alla televisione israeliana Channel 12, lasciando però volutamente indefinita la scadenza dell’ultimatum.

Negli ambienti diplomatici cresce così la convinzione che la Casa Bianca stia preparando contemporaneamente due strade parallele: da un lato la trattativa, dall’altro la possibilità concreta di una ripresa degli attacchi. Un doppio binario che Trump sta alimentando anche mediaticamente, come dimostra il post pubblicato nei giorni scorsi sui social con un’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui il presidente compare davanti a una nave da guerra accompagnato dalla frase “La calma prima della tempesta”. Un messaggio simbolico, ma percepito come un avvertimento diretto all’Iran.

Israele pronto a partecipare

Il coinvolgimento di Israele appare sempre meno ipotetico. Secondo fonti israeliane citate dai media locali, Netanyahu avrebbe informato il proprio gabinetto ristretto che Trump starebbe valutando seriamente una nuova fase militare e che Tel Aviv potrebbe essere chiamata a partecipare ai raid. Una prospettiva che riporta il Medio Oriente a una tensione simile a quella delle settimane più dure del confronto tra Washington e Teheran.

Nel frattempo, i movimenti militari americani nel Golfo vengono osservati con crescente attenzione. La portaerei Lincoln è stata individuata a circa 245 chilometri dalla costa iraniana, in prossimità dello Stretto di Hormuz, mentre diversi voli militari sarebbero stati registrati nell’area nelle ultime ore. Segnali che, secondo molti analisti, indicano un rafforzamento operativo già in corso. A rendere ancora più instabile la situazione è poi l’episodio dei tre droni penetrati negli Emirati Arabi, due dei quali abbattuti mentre un terzo avrebbe colpito un generatore elettrico vicino alla centrale nucleare di Barakah. Le autorità emiratine parlano apertamente di “pericolosa escalation”.

Diplomazia ancora in movimento

Nonostante il clima sempre più pesante, la diplomazia prova ancora a evitare il punto di rottura definitivo. Il Pakistan si sta muovendo come possibile mediatore regionale e il ministro degli Esteri Mohsin Naqvi ha incontrato a Teheran il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e altri vertici della Repubblica islamica. Islamabad insiste sulla necessità di costruire un sistema di sicurezza regionale autonomo, sostenendo che la presenza americana nel Golfo rappresenti un elemento di instabilità.

Ma il vero nodo resta la distanza enorme tra le richieste americane e quelle iraniane. Washington pretende la consegna dell’uranio arricchito, il mantenimento di un solo sito nucleare operativo e la sospensione del conflitto subordinata all’avvio dei negoziati, senza concessioni economiche immediate. Condizioni che Teheran considera irricevibili. L’agenzia iraniana Fars ha definito la proposta americana “non risolutiva”, accusando gli Stati Uniti di voler ottenere al tavolo ciò che non sono riusciti a ottenere con la guerra. E proprio questa frase, nelle ultime ore, è diventata il simbolo di una trattativa che rischia sempre più di trasformarsi di nuovo in conflitto aperto.

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