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“Lo fanno con Putin!”. La decisione sconvolgente dei leader europei: scandalo

Pubblicato: 20/05/2026 09:43

Le dichiarazioni ufficiali parlano di indipendenza energetica, transizione verde e pressione economica sulla Russia. Ma i numeri raccontano una realtà molto più complessa. A oltre quattro anni dall’introduzione delle sanzioni contro Mosca e mentre Bruxelles continua a ribadire l’obiettivo di azzerare entro il 2027 le importazioni energetiche russe, l’Europa continua ancora oggi ad acquistare grandi quantità di gas e petrolio russo.

Una dipendenza che, pur ridimensionata rispetto al passato, resta significativa e continua a garantire entrate miliardarie al Cremlino. Il tema energetico si conferma così uno dei punti più delicati dell’equilibrio geopolitico europeo: da una parte la necessità di colpire economicamente la Russia, dall’altra il bisogno di garantire approvvigionamenti stabili in un mercato ancora segnato dall’instabilità internazionale e dalla volatilità dei prezzi.

Ad aprile i Paesi dell’Unione europea hanno speso circa 1,7 miliardi di euro per acquistare combustibili fossili russi. Un dato che conferma come il legame energetico tra Europa e Mosca sia tutt’altro che interrotto, nonostante gli annunci politici e le restrizioni introdotte negli ultimi anni.
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L’Europa resta tra i principali clienti della Russia

Secondo gli ultimi dati disponibili, l’Unione europea si è confermata ad aprile il quarto maggiore acquirente mondiale di combustibili fossili russi, alle spalle di Cina, India e Turchia. Gli acquisti europei hanno contribuito a entrate per circa 734 milioni di euro al giorno nelle casse russe.

Il principale prodotto importato resta il gas naturale liquefatto. Circa il 59% delle forniture acquistate dai Paesi europei nel mese scorso riguarda infatti il gnl, per un valore vicino al miliardo di euro. Un ulteriore 30% è rappresentato dal gas trasportato via pipeline, mentre l’11% riguarda il petrolio greggio.

Tra i Paesi europei che continuano a comprare maggiori quantità di energia russa figura la Francia, che ad aprile ha speso 413 milioni di euro soprattutto per il gas naturale liquefatto. Seguono l’Ungheria, fortemente dipendente dalle forniture via oleodotto e pipeline, il Belgio, la Slovacchia e la Spagna.

Proprio Madrid, che nei mesi precedenti figurava tra i maggiori importatori europei, avrebbe però ridotto gli acquisti di oltre il 50% rispetto a marzo.

Le dichiarazioni politiche e la linea delle sanzioni

Sul piano politico, le istituzioni europee continuano a ribadire la volontà di mantenere alta la pressione economica su Mosca. «Dal punto di vista dell’Ue, questo non è il momento di allentare la pressione», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, commentando la decisione americana di prorogare la sospensione di alcune sanzioni sul petrolio russo trasportato via mare.

Anche il ministro dell’Economia francese Roland Lescure, intervenendo al G7 Finanze di Parigi, ha parlato di una «volontà unanime» di proseguire con le misure restrittive contro la Russia.

Nel comunicato finale del vertice, i Paesi partecipanti hanno confermato «l’impegno incrollabile» nel continuare a imporre «costi severi» a Mosca per la guerra in Ucraina e per evitare che il rialzo dei prezzi energetici internazionali possa rafforzare ulteriormente le finanze russe.

Nonostante questo, il flusso di energia verso l’Europa non si è ancora fermato. Solo dal 25 aprile è entrato in vigore lo stop alle importazioni di gnl legate a contratti a breve termine, mentre il divieto totale sulle forniture russe dovrebbe scattare dall’inizio del 2027, salvo eventuali cambiamenti politici o nuovi accordi.

Il ruolo delle triangolazioni energetiche

Accanto alle importazioni dirette, continua inoltre il fenomeno delle cosiddette triangolazioni energetiche. Una parte del petrolio russo, infatti, arriverebbe indirettamente sui mercati occidentali dopo essere stata lavorata in raffinerie di Paesi terzi.

Secondo i dati disponibili, ad aprile diverse spedizioni di prodotti raffinati ottenuti da greggio russo sono approdate nei porti europei dopo essere passate da impianti situati soprattutto in Turchia e Georgia.

Tra i destinatari figurano anche alcuni Paesi europei, tra cui Italia, Spagna, Romania, Paesi Bassi e Cipro. Le raffinerie di India, Turchia, Georgia e Brunei che lavorano petrolio russo hanno esportato prodotti raffinati verso Paesi aderenti alle sanzioni per un valore complessivo di circa 760 milioni di euro.

Un meccanismo che continua ad alimentare polemiche sull’effettiva efficacia delle restrizioni introdotte dall’Occidente.

Le difficoltà dell’economia russa

L’aumento dei prezzi energetici sta garantendo nuove risorse finanziarie alla Russia in una fase di forte pressione economica. Le entrate derivanti dalle esportazioni di combustibili fossili sono aumentate del 4% rispetto al mese precedente, raggiungendo il livello più alto degli ultimi due anni e mezzo.

Questo risultato è stato ottenuto nonostante un calo del 7% nei volumi esportati, influenzato anche dagli attacchi con droni contro infrastrutture petrolifere russe.

Parallelamente, però, l’economia di Mosca continua a mostrare segnali di difficoltà strutturale. Nel primo trimestre del 2026 il Pil russo ha registrato una contrazione dello 0,2%, segnando la prima flessione trimestrale degli ultimi tre anni.

Pesano soprattutto l’inflazione persistente, la carenza di manodopera, gli alti costi della guerra e i tassi d’interesse elevati mantenuti dalla banca centrale per contenere l’aumento dei prezzi.

Le grandi aziende hanno iniziato a ridurre il personale e a chiedere sostegno pubblico, mentre molte piccole imprese sarebbero state costrette a chiudere. Anche i conti pubblici mostrano segnali di forte pressione: nei primi tre mesi del 2026 il deficit russo avrebbe già superato le previsioni fissate per l’intero anno, raggiungendo l’equivalente di circa 60 miliardi di dollari.

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