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Maldive, ora la scoperta sui corpi dei sub: sconvolgente. Cambia tutto

Pubblicato: 20/05/2026 14:51

L’evoluzione delle normative di sicurezza nei settori ad alto rischio e il monitoraggio delle attività scientifiche internazionali continuano a sollevare complessi interrogativi di carattere giuridico e procedurale. Di fronte a eventi di portata drammatica che si consumano in territori geograficamente remoti, l’intreccio tra i protocolli amministrativi locali e le verifiche condotte dalle autorità giudiziarie centrali diventa un passaggio obbligato per fare piena luce su dinamiche operative ancora opache. Mentre gli esperti analizzano i dettagli logistici, i nodi legati alle autorizzazioni formali e all’idoneità delle apparecchiature tecniche emergono come elementi cardine di un’indagine che stringe i tempi per ridefinire i confini delle responsabilità professionali.

Abbigliamento inadatto e l’analisi dei filmati subacquei

Con il recupero di questa mattina dei corpi degli ultimi due sub, ovvero Muriel Oddenino e Giorgia Sommacal, grazie all’aiuto degli esperti speleosub finlandesi inviati alle Maldive, emergono nuovi dettagli che gettano ulteriori dubbi sulla tragedia avvenuta nelle grotte sottomarine qualche giorno fa. Elementi circostanziali e anomalie documentali stanno infatti guidando l’attività degli inquirenti nelle ultime ore. Fonti locali hanno fatto sapere che la professoressa Monica Montefalcone avrebbe “indossato una tuta corta”: questo fa pensare che, di certo, non fosse l’abbigliamento più adatto per immergersi in profondità e raggiungere le grotte sottomarine.

Ne sapremo di più nelle prossime ore ma si tratta di un dettaglio non di poco conto per il quadro investigativo. Gli inquirenti, intanto, hanno già in mano le GoPro utilizzate dai sommozzatori, così da poter analizzare nel dettaglio le registrazioni video dell’immersione e ricostruire gli ultimi istanti della spedizione.

Le incongruenze sui permessi e l’assenza dei brevetti

Balza subito all’occhio un’altra stranezza relativa all’immersione, secondo quanto dichiarato dal portavoce presidenziale delle Maldive, Mohameed Hussain Shareef, all’Associated Press: “Sebbene i subacquei italiani fossero in possesso di un permesso, le autorità non conoscevano, dalla loro proposta, l’esatta ubicazione della grotta che stavano esplorando”. Un’affermazione pesante che delinea scenari ancora da chiarire, soprattutto perché lo stesso Shareef ha aggiunto che quelle grotte così in profondità sono state definite “impegnative, con un terreno difficile, forti correnti e scarsa visibilità”.

Un’altra anomalia che balza all’occhio riguarda almeno due delle cinque vittime italiane. Il portavoce governativo ha infatti spiegato che “non rientravano nella lista dei ricercatori” che era stata inizialmente presentata alle autorità locali. Dunque, come specificato in via ufficiale, “non sapevamo che facessero parte della spedizione”. Resta da capire se si sia trattato di un’omissione formale o di una semplice dimenticanza.

A complicare il quadro si aggiunge una questione tecnica fondamentale che riguarda le competenze specifiche richieste per simili contesti ambientali. “Nessuno dei sub aveva il brevetto di grotta”, fa sapere la legale del tour operator Albatros. Si tratta del certificato subacqueo avanzato che abilita l’esplorazione di cavità o grotte sommerse, ambienti in cui non è possibile risalire direttamente in superficie a causa del “tetto” di roccia. La stessa rappresentante legale ha poi concluso esplicitando un punto centrale dell’intera vicenda: “Che io sappia, nessuno dei cinque sub aveva una preparazione specifica per l’immersione in grotta e il brevetto di grotta. A questo punto, il tema della profondità viene meno”.

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Ultimo Aggiornamento: 20/05/2026 16:13

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