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“Perizia nulla!”. Famiglia nel bosco, il colpo di scena: cosa succede

Pubblicato: 20/05/2026 09:02

Una relazione definita «gravemente carente» sul piano scientifico e metodologico, tanto da essere ritenuta addirittura nulla sotto il profilo tecnico. È attorno a questa accusa che si riaccende il caso della cosiddetta famiglia nel bosco di Palmoli, la vicenda che da mesi coinvolge il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila e che ruota attorno alla famiglia Trevallion-Birmingham.

Nelle ultime ore i consulenti di parte, il professor Tonino Cantelmi e la psicoterapeuta Martina Aiello, hanno depositato un articolato documento di oltre 300 pagine con cui contestano in modo approfondito la consulenza tecnica d’ufficio redatta dalla dottoressa Ceccoli. Secondo quanto sostenuto nelle note critiche, l’intero impianto della relazione presenterebbe lacune metodologiche tali da mettere in discussione le conclusioni raggiunte nel procedimento relativo ai minori.

Il documento entra nel dettaglio di numerosi aspetti della consulenza, soffermandosi sia sulle modalità di valutazione adottate sia sugli strumenti utilizzati durante gli accertamenti. Al centro della contestazione vi è soprattutto il tema dell’adeguatezza scientifica delle analisi svolte e della loro attendibilità all’interno di un procedimento che riguarda la responsabilità genitoriale.
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Le contestazioni sulla consulenza tecnica

Secondo i consulenti di parte, la consulenza tecnica d’ufficio si fonderebbe su valutazioni considerate «ipotetiche» e «probabilistiche», senza un adeguato supporto clinico diretto. Cantelmi e Aiello sostengono infatti che mancherebbero verifiche strutturate sui minori e sulle relazioni familiari.

Nelle note depositate al Tribunale viene evidenziato che i bambini non sarebbero stati sottoposti a colloqui clinici approfonditi né a osservazioni dirette delle interazioni con i genitori. Una mancanza ritenuta particolarmente rilevante dai consulenti, che sottolineano come la valutazione della dinamica familiare richieda necessariamente un’analisi diretta e continuativa.

Tra i punti più delicati affrontati nel documento vi è anche il riferimento agli effetti psicologici dell’allontanamento dei minori dal nucleo familiare e del successivo inserimento in casa-famiglia. Secondo i consulenti di parte, la relazione non avrebbe adeguatamente considerato il possibile trauma derivante dalla separazione, nonostante l’esistenza di documentazione clinica e scientifica sul tema.

I dubbi sui test psicodiagnostici

Una parte consistente delle contestazioni riguarda inoltre gli strumenti psicodiagnostici utilizzati durante la consulenza. In particolare, il documento critica il ricorso a test grafici e proiettivi, definiti «scientificamente deboli» e non sufficientemente affidabili per sostenere valutazioni così incisive.

Secondo la ricostruzione dei consulenti, alcune prove sarebbero state somministrate in condizioni emotive e linguistiche considerate non adeguate, elemento che avrebbe potuto influenzare l’esito delle valutazioni.

Un altro aspetto ritenuto centrale riguarda l’assenza, nella stessa consulenza tecnica, di diagnosi psichiatriche o disturbi di personalità attribuiti ai genitori. Nonostante questo, la relazione sarebbe comunque arrivata a formulare giudizi di presunta «inadeguatezza genitoriale» facendo riferimento a caratteristiche personali come rigidità, controllo o atteggiamenti difensivi.

Per Cantelmi e Aiello, tali elementi non sarebbero sufficienti a dimostrare un rischio concreto per i minori, soprattutto senza un’osservazione clinica diretta e ripetuta delle dinamiche familiari.

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Il nodo del presunto bias socioculturale

Le note critiche affrontano anche il tema delle competenze specialistiche della consulente tecnica e dell’ausiliaria incaricata della somministrazione dei test. Secondo i consulenti di parte, nel procedimento non emergerebbero requisiti specifici documentati nell’ambito minorile.

Particolarmente dura è poi la contestazione relativa a quello che viene definito un «grave bias socioculturale». Il documento sostiene infatti che alcune scelte di vita della famiglia, come l’homeschooling e uno stile di vita ecosostenibile, sarebbero state interpretate come elementi di inadeguatezza genitoriale.

Secondo i consulenti, questo approccio avrebbe finito per spostare la valutazione dal piano strettamente clinico a quello ideologico, influenzando l’interpretazione complessiva della situazione familiare.

Nel documento vengono inoltre richiamati presunti atteggiamenti considerati pregiudizievoli e riferimenti a post social attribuiti all’ausiliaria coinvolta nelle valutazioni. Elementi che, secondo le note depositate, potrebbero risultare incompatibili con il principio di imparzialità richiesto in un procedimento peritale.

La richiesta di una nuova valutazione

Nelle conclusioni del documento, Cantelmi e Aiello sostengono che la consulenza tecnica contestata non possa rappresentare una base sufficiente per adottare decisioni fortemente limitative della responsabilità genitoriale.

Le valutazioni contenute nella relazione vengono definite «parziali», «ipotetiche» e fondate su strumenti ritenuti inadeguati sotto il profilo scientifico. Per questo motivo, i consulenti chiedono una rivalutazione complessiva dell’impianto peritale.

Secondo quanto evidenziato nelle note, in un procedimento che coinvolge minori e relazioni familiari sarebbero necessari accertamenti diretti, multidisciplinari e fondati su criteri scientifici rigorosi, così da garantire valutazioni complete e pienamente attendibili.

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Ultimo Aggiornamento: 20/05/2026 10:21

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