
Lo scrittore Erri De Luca torna al centro del dibattito politico e culturale con parole destinate a far discutere. In un’intervista rilasciata al quotidiano israeliano Israel Hayom, l’autore napoletano ha rivendicato apertamente la propria posizione sul conflitto in Medio Oriente, definendosi senza esitazioni “sionista” e respingendo con forza l’uso del termine “genocidio” per descrivere la guerra nella Striscia di Gaza.
Le dichiarazioni arrivano alla vigilia della sua partecipazione all’International Writers Festival di Gerusalemme, evento organizzato con il sostegno della Jerusalem Foundation. Una presenza che, secondo il giornale israeliano, rappresenta “un atto di allineamento morale contro i venti dominanti” in un momento in cui numerosi intellettuali internazionali stanno invece prendendo le distanze da Israele.
“In Europa sionista è diventato un insulto”
Nel colloquio con Israel Hayom, De Luca denuncia il clima culturale europeo attorno alla parola “sionismo”, sostenendo che oggi venga utilizzata come una sorta di marchio d’infamia.
“Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria”, afferma lo scrittore. Secondo De Luca, chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere e immagini una convivenza tra due popoli “è già sionista”.
Lo scrittore sostiene inoltre che molte persone in Europa condividano questa posizione ma preferiscano non dichiararla pubblicamente per timore delle reazioni.
“Io lo dico ad alta voce e non mi importa del prezzo”, afferma.
“A Gaza guerra brutale, ma non genocidio”
Il passaggio più forte dell’intervista riguarda però il conflitto nella Striscia di Gaza. De Luca respinge nettamente l’utilizzo della parola “genocidio”, definendola una “distorsione storica e verbale”.
Secondo lo scrittore, quello in corso è “un conflitto brutale e moderno”, con un numero enorme di vittime civili dovuto al combattimento in aree urbane densamente popolate.
“Lo abbiamo visto a Mosul, Raqqa e Mariupol”, sostiene De Luca, aggiungendo che il prezzo pagato dalla popolazione civile rappresenta una tragica conseguenza delle guerre combattute all’interno delle città.
Per l’autore napoletano, la prova che non si tratti di genocidio starebbe anche nei continui spostamenti della popolazione civile ordinati dall’esercito israeliano durante le operazioni militari.
“Se l’obiettivo fosse stato lo sterminio di un popolo, Israele avrebbe avuto un bersaglio immobile”, osserva.
La polemica con il mondo culturale italiano
Le posizioni espresse da De Luca hanno già provocato forti reazioni nel mondo culturale italiano, da tempo molto critico verso il governo israeliano e l’operazione militare a Gaza. Lo scrittore, però, minimizza gli attacchi e rivendica la propria indipendenza dagli ambienti letterari italiani.
“Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano”, afferma nell’intervista, spiegando di essersi volontariamente allontanato da quel mondo già da molti anni.
De Luca sottolinea di non aver mai voluto partecipare a premi letterari o circuiti culturali che considera dominati da logiche politiche e appartenenze ideologiche.
Il legame con Israele e la cultura ebraica
Nel colloquio emerge anche il rapporto profondo che De Luca ha sviluppato negli anni con la cultura ebraica, la lingua ebraica e la Bibbia.
Lo scrittore racconta di sentirsi personalmente coinvolto da eventi storici come la Shoah e la distruzione di Napoli durante la guerra, considerandoli elementi che hanno segnato profondamente la propria sensibilità.
Nel festival di Gerusalemme parteciperà all’incontro “From Naples to Jerusalem”, dedicato proprio al rapporto tra letteratura, identità e cultura contemporanea.
Il giudizio sul 7 ottobre
De Luca si sofferma anche sull’attacco di Hamas del 7 ottobre, che definisce persino “più sofisticato di un pogrom”. Secondo lo scrittore, ciò che rende quei fatti diversi rispetto ai pogrom storici europei è soprattutto il rapimento sistematico di civili e il loro utilizzo come ostaggi.
“L’uso massiccio degli ostaggi aggiunge una dimensione di crudeltà pianificata e razionale”, sostiene. Pur criticando duramente Hamas e Hezbollah, De Luca punta il dito anche contro il governo israeliano, accusandolo di aver sottovalutato il rischio e di aver mostrato una sorta di “ignoranza volontaria” rispetto a ciò che stava accadendo prima dell’attacco.
“I regimi totalitari cadono solo dopo una sconfitta”
Nella parte finale dell’intervista, De Luca sviluppa anche una riflessione storica e politica sul rapporto tra dittature e guerre. Secondo lo scrittore, i regimi totalitari spesso possono essere abbattuti soltanto attraverso una sconfitta militare esterna, come accadde all’Italia fascista durante la Seconda guerra mondiale o alla dittatura argentina dopo la guerra delle Falkland.
Per De Luca, anche Hamas potrebbe essere sconfitto soltanto attraverso un processo di questo tipo, aprendo così la strada a un cambiamento politico interno nella società palestinese.


