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Salvini, che sberlone! C’entra di nuovo il ponte sullo Stretto, ma pagheremo tutti

Pubblicato: 28/05/2026 19:20

Nuova grana politica per Matteo Salvini sul dossier più simbolico del suo mandato: il Ponte sullo Stretto. Stavolta a mettere in discussione le promesse del ministro delle Infrastrutture è l’Autorità di regolazione dei trasporti, che ha esaminato il piano economico-finanziario dell’opera bocciando di fatto le stime sui pedaggi low cost annunciate negli ultimi mesi.
Per anni il governo e la società Stretto di Messina hanno parlato di attraversamenti “a prezzi popolari”, con pedaggi inferiori ai 10 euro e addirittura compresi tra 4 e 7 euro per le auto. Ma i numeri contenuti nel nuovo piano raccontano una realtà completamente diversa.

Il pedaggio rischia di costare il doppio

Secondo il documento esaminato dall’Authority, la tariffa media prevista per le auto nel 2034 – anno indicato per l’avvio della gestione – sarà di circa 27 euro, con una crescita progressiva fino a quasi 49 euro entro il 2063.

Numeri molto lontani dalle promesse politiche fatte negli ultimi mesi. Nell’agosto del 2025 la società Stretto di Messina parlava infatti di un pedaggio “tra i 4 e i 7 euro”, mentre Salvini aveva assicurato pubblicamente un costo “sotto i 10 euro”. Ora però il parere dell’Autorità restituisce un quadro molto più pesante per automobilisti e trasportatori.

Un ponte pagato dallo Stato… ma anche dagli utenti

Il nodo centrale riguarda proprio il modello economico dell’opera. Il Ponte sullo Stretto sarà finanziato quasi interamente con fondi pubblici. Il piano ricostruito dall’Authority parla di oltre 13 miliardi di euro di investimenti statali, ai quali si aggiungono altri 370 milioni attraverso l’aumento di capitale della società Stretto di Messina.

Nonostante questo enorme contributo pubblico, la sostenibilità della gestione futura dovrebbe poggiare anche sui pedaggi pagati dagli utenti. Ed è qui che arrivano le critiche più severe dell’Autorità dei trasporti.

I dubbi dell’Authority sui conti del progetto

Secondo l’Authority, il piano economico-finanziario presenta diverse criticità. Una delle principali riguarda l’assenza di reali meccanismi di efficienza nella gestione dei costi. In pratica, i costi operativi verrebbero aggiornati con l’inflazione senza obbligare davvero il gestore a migliorare le performance o ridurre le spese. Questo, secondo l’Autorità, rischia di scaricare automaticamente sugli utenti eventuali squilibri economici attraverso l’aumento delle tariffe.

Non solo. Il documento segnala anche che la convenzione consentirebbe al concessionario di modificare i pedaggi in caso di ricavi inferiori alle attese, intervenendo sulle tariffe per categorie di veicoli o fasce orarie.
Tradotto: se il traffico previsto non dovesse bastare, il rischio è che il conto venga compensato aumentando ulteriormente i pedaggi.

Il paracadute per il concessionario

L’Autorità definisce particolarmente delicato proprio il tema del “rischio traffico”. Nel piano esiste infatti una sorta di paracadute per il gestore: in caso di introiti inferiori alle aspettative, sarebbe possibile rimodulare i pedaggi mantenendo invariati i ricavi complessivi.

Secondo l’Authority, senza controlli preventivi questo meccanismo rischia di trasformarsi in una leva troppo discrezionale nelle mani del concessionario. Anche le cosiddette “poste figurative” da 159 milioni inserite nel piano durante la fase di costruzione vengono contestate dall’Autorità, che ritiene quei costi non coerenti con il sistema tariffario previsto.

L’opera va avanti, ma Salvini esce indebolito

Il parere non blocca formalmente il Ponte sullo Stretto, ma rappresenta comunque un colpo politico significativo per Salvini. L’Authority chiede infatti controlli più rigidi, maggiore trasparenza sui conti, monitoraggi periodici e nuovi meccanismi di tutela per gli utenti.

Soprattutto, crolla la narrazione del ponte “economico” e accessibile a tutti. I numeri contenuti nel piano finanziario raccontano invece un’infrastruttura costosissima, sostenuta in larga parte dallo Stato ma destinata comunque a pesare sulle tasche degli automobilisti. Ed è proprio questo il punto che ora rischia di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro politico attorno all’opera più discussa d’Italia.

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