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Strage braccianti, spunta la verità dal superstite: “Cosa gli danno per farli lavorare di più”

Pubblicato: 08/06/2026 09:06

Ci sono storie che riemergono soltanto quando una tragedia rompe il silenzio. Vicende che per anni restano confinate ai margini, raccontate sottovoce da chi vive una realtà fatta di fatica, paura e precarietà. Poi accade qualcosa di irreparabile e quelle stesse voci diventano improvvisamente impossibili da ignorare. È quello che sta accadendo dopo la strage di Amendolara, un episodio che ha riportato l’attenzione su un sistema di sfruttamento che da tempo viene denunciato da lavoratori, attivisti e associazioni.

Dietro le cronache di questi giorni emergono infatti racconti che parlano non solo di condizioni di lavoro estreme, ma anche di un fenomeno che, secondo numerose testimonianze raccolte negli anni, sarebbe strettamente collegato al mondo del caporalato. Un intreccio che coinvolgerebbe sostanze utilizzate per sopportare ritmi massacranti, alleviare il dolore fisico e prolungare le ore di lavoro nei campi.
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Le dichiarazioni del superstite

Tra gli elementi finiti all’attenzione degli investigatori ci sono le dichiarazioni di Alaymar, unico superstite del rogo nel quale hanno perso la vita quattro lavoratori agricoli. Nel suo racconto compare il riferimento ad Ali Raza, uno dei due uomini accusati di aver bruciato vivi i braccianti.

Secondo quanto riferito, l’uomo avrebbe avuto familiarità con il mondo della droga. Un dettaglio che, nel contesto delle indagini e delle testimonianze raccolte negli ambienti del lavoro agricolo sfruttato, viene inserito in un quadro più ampio che da tempo preoccupa chi opera sul territorio.

Attivisti, sindacalisti e operatori impegnati nelle campagne del Sud raccontano infatti di una diffusione crescente di sostanze stupefacenti, antidolorifici ed eccitanti acquistati a basso costo e utilizzati dai lavoratori per affrontare giornate di lavoro particolarmente pesanti. Secondo i racconti raccolti, queste sostanze non verrebbero assunte per fini ricreativi ma come strumenti per continuare a lavorare nonostante la stanchezza e il dolore fisico.

Il racconto da Borgo Mezzanone

Una delle testimonianze più significative arriva da Soumaila Diawara, attivista originario del Mali da anni impegnato nella tutela dei lavoratori migranti. Diawara riferisce di avere documentato direttamente la presenza di sostanze vendute all’interno di Borgo Mezzanone, considerato il più grande ghetto agricolo d’Italia.

L’insediamento, sorto attorno a una ex pista aeroportuale militare, ospita migliaia di persone che vivono in condizioni estremamente precarie tra baracche, container e strutture realizzate con materiali di fortuna. Un luogo spesso citato nelle cronache sullo sfruttamento della manodopera agricola.

L’attivista racconta di essersi visto proporre una sostanza chiamata Royal 225, venduta per pochi euro e presentata come un aiuto per sopportare la fatica del lavoro nei campi. Diawara sostiene di aver acquistato il prodotto e di aver raccolto testimonianze dirette sul suo utilizzo tra i lavoratori.

I precedenti nelle campagne italiane

Le vicende raccontate in queste settimane richiamano episodi già emersi in passato nell’ambito di inchieste giudiziarie. Uno dei casi più noti è quello dell’indagine denominata “No Pain”, coordinata dalla Procura di Latina e conclusa nel 2021.

Al centro dell’inchiesta vi era il Depalgos, un potente antidolorifico oppioide che, secondo gli investigatori, sarebbe stato distribuito a numerosi braccianti impiegati nell’Agro Pontino non per finalità terapeutiche, ma per consentire loro di continuare a lavorare nonostante le condizioni fisiche compromesse.

L’indagine portò al processo di un medico e di un farmacista e contribuì a far emergere un aspetto particolarmente delicato: il possibile utilizzo di farmaci e sostanze come strumento di controllo della forza lavoro.

Le testimonianze dei lavoratori

Durante il corteo organizzato ad Amendolara dopo la tragedia, sono emerse anche le parole di chi sostiene di aver sperimentato direttamente gli effetti di queste sostanze.

Tra loro c’è Kaur, che racconta di avere lavorato per mesi nell’Agro Pontino occupandosi della raccolta di diversi prodotti agricoli. Dopo un infortunio al braccio, riferisce di aver ricevuto un farmaco che avrebbe dovuto consentirgli di continuare a lavorare nonostante il dolore.

Secondo il suo racconto, l’assunzione della sostanza avrebbe provocato una forte sensazione di perdita di controllo, tanto da spingerlo a non utilizzarla più. Quando sente parlare delle denunce provenienti da Borgo Mezzanone, afferma di non essere sorpreso da quanto emerso.

Un fenomeno che torna al centro del dibattito

Per molti osservatori il tema della droga nei circuiti del caporalato non rappresenta un elemento marginale, ma uno degli aspetti più significativi per comprendere le dinamiche dello sfruttamento agricolo contemporaneo. Le testimonianze raccolte dopo la strage di Amendolara riportano al centro dell’attenzione un fenomeno che da anni viene denunciato in diverse aree del Paese.

Nelle stesse settimane è arrivata anche la condanna a vent’anni per traffico di droga nei confronti di Donato Branca, imprenditore attivo tra Puglia, Basilicata e Calabria, accusato anche di attività legate al caporalato e allo sfruttamento di lavoratori migranti.

Un contesto nel quale, secondo le accuse e le testimonianze raccolte nel tempo, il confine tra sfruttamento della manodopera e traffici illegali sarebbe spesso risultato sottile. Sullo sfondo restano le vite di Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah e Safi Amjad, i quattro braccianti morti nella strage di Amendolara, una vicenda che continua a sollevare interrogativi sulle condizioni di chi lavora nelle campagne italiane e sulle dinamiche che regolano i circuiti più oscuri del caporalato.

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