
La conservazione della memoria storica e la dedizione civile rappresentano pilastri fondamentali per l’evoluzione morale delle nostre comunità. Quando figure di straordinario spessore umano e professionale concludono il loro percorso terrestre, si avverte il bisogno profondo di riflettere sul patrimonio di valori che lasciano in eredità alle generazioni future. Analizzare l’impatto di esistenze segnate dai grandi drammi del Novecento, ma capaci di risorgere attraverso la scienza e l’altruismo, permette di comprendere quanto l’impegno individuale possa incidere sul benessere collettivo e sulla formazione dei giovani, trasformando il dolore personale in una testimonianza indelebile di resilienza.
Un’esistenza tra scienza, amore e memoria
Il capoluogo lombardo piange la scomparsa di una figura straordinaria che ha segnato la storia della medicina e della testimonianza civile. È morta all’età di 94 anni Sultana Razon, vedova di Umberto Veronesi. La sua parabola umana si è spenta lasciando un vuoto profondo sia nel mondo scientifico che nelle istituzioni locali, che hanno subito voluto renderle omaggio.
“Medico pediatra e moglie di Umberto, sopravvissuta alla deportazione, è stata per Milano un esempio di tenacia, altruismo e memoria” ha riconosciuto il sindaco Giuseppe Sala esprimendo vicinanza alla famiglia. Le istituzioni cittadine hanno voluto sottolineare l’immenso valore del suo lascito spirituale ed educativo: “La sua testimonianza – ha aggiunto il primo cittadino – resterà con noi”.
Il dramma di Bergen Belsen e il riscatto professionale
Sultana (Susy) Razon Veronesi è scomparsa a Milano, città in cui era nata nel 1932, come scrive la Fondazione Veronesi sul proprio sito ricordandola. Pediatra, ha esercitato la professione per quarant’anni a Milano agli ospedali Fatebenefratelli e San Carlo. Dalla lunga unione con Umberto Veronesi ha avuto sei figli.
Sultana era nata da genitori turchi, ebrei sefarditi, venuti in Italia nel 1930. Da bambina aveva subito le leggi razziali e la deportazione insieme ai suoi familiari. Era stata internata nel campo di Bergen Belsen, dove morì Anna Frank, ed era riuscita a tornare in Italia e a riprendere gli studi. Proprio mentre lei studiava medicina la madre si era ammalata di tumore e in quel periodo difficile aveva conosciuto Umberto Veronesi, giovane e brillante medico, che dopo qualche anno sarà suo marito. Nel 1958 si era laureata e poi aveva preso la specializzazione in Pediatria. Nel 2019 il Comune di Milano le aveva conferito l’Ambrogino d’Oro, la massima onorificenza cittadina, per il suo impegno di pediatra e come testimone della Shoah nelle scuole e con i ragazzi.


