
È diventata un caso politico la scelta dell’oratorio estivo della parrocchia San Giovanni Bosco, nel quartiere Baggio a Milano, di prevedere anche un momento di preghiera islamica per alcuni ragazzi musulmani iscritti alle attività estive. L’iniziativa, spiegata dal parroco come un gesto di accoglienza dentro un percorso educativo più ampio, ha acceso però la protesta della Lega, che considera la decisione un segnale pericoloso per l’identità cristiana degli oratori. Al centro della polemica non c’è la presenza dei bambini musulmani nelle attività parrocchiali, ma la possibilità che in uno spazio cattolico venga organizzato un momento religioso separato, dedicato a una fede diversa.
La scelta della parrocchia nasce dentro un contesto di forte partecipazione all’oratorio estivo, frequentato da centinaia di ragazzi. L’idea è quella di far vivere a tutti un momento comune di riflessione sui valori proposti durante la giornata, per poi consentire ai ragazzi musulmani di raccogliersi in uno spazio distinto, seguiti da animatori della stessa fede. Il parroco ha difeso l’impostazione parlando di apertura e riconoscimento dell’altro, sostenendo che l’oratorio non perde la propria identità cristiana solo perché accoglie bambini e famiglie di religioni diverse.
La protesta della Lega
La reazione più dura è arrivata dalla Lega, che ha contestato l’iniziativa chiedendo alla Diocesi di Milano di intervenire. Per il Carroccio, l’oratorio resta un luogo cattolico e non può trasformarsi in uno spazio multiconfessionale. Il punto, secondo i leghisti, non è respingere i ragazzi musulmani o chiudere le porte alle famiglie straniere, ma evitare che l’accoglienza diventi una rinuncia progressiva alla natura cristiana degli spazi parrocchiali.
La vicenda ha così superato rapidamente i confini del quartiere Baggio ed è diventata un nuovo terreno di scontro sul rapporto tra integrazione, identità religiosa e tradizione cattolica. Da una parte c’è chi vede nella scelta del parroco un gesto concreto di convivenza, soprattutto in un quartiere dove famiglie di culture diverse condividono già scuole, strade e spazi sociali. Dall’altra c’è chi teme che proprio nei luoghi più popolari della formazione cattolica si finisca per mandare un messaggio ambiguo, come se l’identità cristiana dovesse arretrare per fare posto a tutte le altre.
La linea della Diocesi
La Diocesi di Milano ha difeso la parrocchia, chiarendo che l’oratorio non diventa meno cristiano se accoglie ragazzi di altre fedi. La formula scelta è quella di una casa non indistinta, ma aperta: uno spazio con una propria identità, capace però di non escludere chi vive già dentro la comunità del quartiere. In questa lettura, il momento di preghiera islamica non sarebbe una sostituzione né una equiparazione tra confessioni, ma un gesto circoscritto dentro un’esperienza educativa guidata dalla parrocchia.
Resta però il nodo politico e culturale sollevato dalla polemica. Fino a che punto l’accoglienza può convivere con la difesa dell’identità cattolica degli oratori? Per il parroco e per la Diocesi, aprire uno spazio alla preghiera dei ragazzi musulmani significa riconoscere una presenza reale e accompagnarla dentro un contesto educativo. Per la Lega, invece, proprio quel gesto rischia di trasformare un luogo nato per la formazione cristiana in uno spazio sempre meno riconoscibile. Ed è su questa frattura, più che sul singolo caso milanese, che la discussione è destinata a continuare.


