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Trump vende la pace e tradisce un popolo: gli iraniani lasciati soli davanti ai mullah

Pubblicato: 16/06/2026 19:38

Il conto alla rovescia è cominciato. Venerdì, a Lucerna, in Svizzera, Stati Uniti e Iran dovrebbero firmare l’accordo che chiude oltre cento giorni di guerra, riapre lo Stretto di Hormuz e consegna al mondo l’immagine di una crisi finalmente disinnescata. Donald Trump lo presenterà come un trionfo personale. Lo farà con la sua grammatica abituale, quella del capo che trasforma ogni trattativa in una medaglia, ogni crisi internazionale in una scenografia, ogni tregua in una vittoria da vendere al proprio pubblico. Ma dietro la fotografia della firma resta una domanda più grande della propaganda: che cosa rimane al popolo iraniano, dopo essere stato illuso, travolto dalla guerra e poi riconsegnato allo stesso regime?

Il punto non è contestare la pace. Nessuna persona seria può rimpiangere i missili, le mine nello Stretto di Hormuz, la paura del petrolio impazzito, l’allargamento del conflitto, il rischio di una guerra regionale senza controllo. Il punto è il modo in cui Trump arriva alla pace, il prezzo morale che decide di non vedere, la cinica leggerezza con cui prima promette liberazione e poi firma stabilizzazione. Il risultato è un accordo che può anche fermare le armi, ma non libera gli iraniani. Può rassicurare i mercati, ma non restituisce dignità a chi ha sfidato i mullah. Può riaprire le rotte commerciali, ma chiude ancora una volta la porta in faccia a chi aveva creduto che l’Occidente stesse davvero dalla parte della libertà.

Il popolo iraniano tradito due volte

Trump ha fatto quello che fa spesso. Ha acceso l’incendio, ha alzato il volume, ha trasformato la politica estera in teatro muscolare. Poi, quando il costo della guerra è diventato troppo alto, ha cercato l’uscita più rapida, più spettacolare, più utile alla propria narrazione. Non una strategia, ma una sequenza di effetti speciali. Prima la forza come minaccia assoluta, poi l’accordo come colpo di genio, infine la promessa che tutto sia risolto perché lui lo ha deciso. È la diplomazia ridotta a format televisivo.

Gli iraniani, però, non vivono dentro il format di Trump. Vivono dentro una storia fatta di repressione, carcere, controllo sociale, coraggio civile e speranze tradite. Per mesi una parte del mondo libero ha lasciato intendere che il regime di Teheran fosse arrivato al capolinea. Gli oppositori hanno ascoltato parole di sostegno, hanno visto l’America indicare la Repubblica islamica come nemico assoluto, hanno creduto che la pressione militare e diplomatica potesse aprire uno spazio politico. Ora scoprono che il regime resta lì, seduto al tavolo, riconosciuto come interlocutore indispensabile. E scoprono che la loro libertà non è il centro dell’accordo, ma una variabile secondaria, quasi un fastidio dentro la geometria dei negoziati.

Qui sta la colpa politica di Trump. Non nell’aver cercato una tregua, ma nell’aver confuso la tregua con la giustizia. Non nell’aver parlato con Teheran, perché con i nemici si parla, ma nell’aver trasformato il destino di milioni di iraniani in una pedina della propria autocelebrazione. La pace, quando diventa soltanto transazione, può essere necessaria ma non è mai nobile. E se non contiene almeno una pressione reale sui diritti, sui prigionieri politici, sulla repressione, sulla libertà delle donne, allora diventa soltanto un armistizio tra poteri. I popoli restano fuori dalla sala.

La pace senza libertà non basta

Il paradosso è crudele. Trump potrà dire di aver fermato la guerra. Teheran potrà dire di aver resistito. L’Europa potrà dire di aver salvato la navigazione e la stabilità energetica. I mercati potranno respirare. Tutti avranno una formula per dichiararsi soddisfatti. Gli unici senza una vittoria saranno gli iraniani che avevano sperato in un cambiamento vero. L’accordo potrà anche aprire una fase nuova, ma proprio questo è il punto: se la nuova fase stabilizza il regime senza pretendere nulla sulla libertà, allora non è una liberazione. È una normalizzazione.

L’editoriale contro Trump nasce da qui. Il presidente americano non è soltanto un leader che cambia idea. È il simbolo di una politica occidentale che usa la parola libertà come carburante retorico e poi la sacrifica appena diventa scomoda. Agli iraniani è stato detto, direttamente o indirettamente, che il loro nemico era anche il nostro. Poi, al momento decisivo, il nemico è tornato interlocutore. La tirannide, se firma, diventa partner. La repressione, se garantisce stabilità, passa in secondo piano. La libertà, se disturba l’accordo, può aspettare.

Questo non significa volere la guerra permanente. Al contrario. Significa rifiutare la falsa alternativa tra bombardare un Paese e consegnare il suo popolo ai carcerieri. Esiste una via più seria, più politica, più occidentale: negoziare senza mentire, trattare senza santificare i regimi, fermare le armi senza spegnere la voce degli oppressi. Trump invece sceglie la scorciatoia. Gli basta il titolo. Gli basta la firma. Gli basta dire che ha vinto. Ma una pace che nasce dal cinismo e finisce nell’abbandono non è una vittoria dell’Occidente. È la prova della sua stanchezza morale.

Per questo, venerdì, davanti alle immagini dalla Svizzera, non basterà guardare le strette di mano. Bisognerà guardare quello che resta fuori dall’inquadratura: le donne iraniane con la paura nella vita, i giovani che hanno sfidato il regime, i prigionieri politici, gli esuli, le famiglie di chi è morto, chi aveva creduto che la fine della guerra potesse coincidere con l’inizio della libertà. Trump chiamerà tutto questo pace. Ma se la pace salva i governi e tradisce i popoli, allora non è ancora pace. È soltanto l’ennesimo affare chiuso sulla pelle degli altri.

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