
Un uomo profondamente legato alla Chiesa, fedele al Papa ma capace di esprimere dubbi e inquietudini. È il ritratto che emerge dal testamento spirituale del cardinale Camillo Ruini, un documento scritto nel giugno 2016 e reso noto dopo la sua scomparsa, nel quale l’ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana ripercorre il proprio cammino umano ed ecclesiale.
Mentre nella Cattedrale di Reggio Emilia si è svolta una nuova celebrazione in suo ricordo, il testo consegna l’immagine di un porporato che continua a definirsi «papista», pur ammettendo di aver vissuto momenti di difficoltà durante il pontificato di Papa Francesco.
Nel documento Ruini passa in rassegna i tre Pontefici che hanno segnato la sua esperienza ecclesiale: Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Le parole più intense sono dedicate a Karol Wojtyła, con il quale condivise quasi vent’anni di governo della diocesi di Roma e una visione pastorale destinata a influenzare profondamente la Chiesa italiana.
Sul Pontefice argentino, invece, Ruini rivela sentimenti più complessi. Ricorda di aver accolto con favore la sua elezione e di averne sostenuto l’inizio del ministero petrino, ma confessa anche una personale fatica nel comprendere alcune scelte.
«Devo confessare – scriveva dieci anni fa – di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate».
Secondo il cardinale, alcune linee pastorali avrebbero rischiato di riaccendere tensioni interne alla Chiesa che erano state superate solo con grande difficoltà dopo il Concilio Vaticano II. Tuttavia, alle perplessità accompagna una riaffermazione della propria fiducia nella guida divina della Chiesa, sottolineando di aver pregato affinché il Signore lo aiutasse a comprendere che la Chiesa «non appartiene agli uomini ma a Dio».
Nel testamento trova spazio anche un bilancio della lunga esperienza alla guida del Vicariato di Roma e della Cei. Ruini rivendica di aver operato senza perseguire interessi personali, affrontando ostacoli e incomprensioni pur di raggiungere obiettivi che riteneva essenziali.
Tra i passaggi più intimi emerge anche un’autocritica: «Riconosco e confesso però di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili: ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ho procurato dolore».
Negli ultimi mesi della sua vita, il cardinale aveva guardato con favore anche all’elezione di Papa Leone XIV, interpretandola come una possibile occasione di ricomposizione delle diverse sensibilità presenti nella Chiesa.
Dopo le esequie celebrate a Reggio Emilia, Ruini sarà sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Dinazzano. Una nuova messa in suffragio è prevista il 24 giugno nella basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma, presieduta dal cardinale vicario Baldo Reina.


