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Vannacci e i rimpatri: un voto non basta per prendersi una battaglia

Pubblicato: 19/06/2026 16:04
Roberto Vannacci durante un intervento pubblico

C’è una differenza netta, e spesso decisiva, tra sostenere una misura e averla costruita. Nella politica di oggi, però, questa linea viene spesso confusa: basta un voto, una dichiarazione, uno slogan ben piazzato per provare a trasformare un risultato collettivo in una vittoria personale. È il caso del nuovo regolamento europeo sui rimpatri degli immigrati irregolari approvato dal Parlamento europeo.

Roberto Vannacci ha salutato il via libera di Strasburgo come una conferma della propria linea, arrivando a collegare il testo alla sua idea di “remigrazione”. Ma la ricostruzione dei fatti porta altrove: il regolamento approvato dall’Eurocamera è il punto d’arrivo di un percorso lungo e complesso, guidato dal governo italiano di Giorgia Meloni e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

Da dove nasce davvero il regolamento europeo sui rimpatri

Chi cerca una “firma” individuale su questa normativa rischia di guardare nel posto sbagliato. La disciplina sui rimpatri non nasce negli ultimi mesi a Bruxelles, né si può ridurre all’iniziativa di un singolo eurodeputato. Alla base c’è un lavoro che dura da anni: incontri bilaterali, trattative tra governi, negoziati dentro le istituzioni europee.

Il provvedimento viene indicato come uno dei risultati più importanti ottenuti dall’Italia sul fronte migratorio e si inserisce nel quadro più ampio del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Un percorso tecnico e politico, costruito passo dopo passo, lontano dalla logica della rivendicazione “a posteriori”.

Roberto Vannacci in un contesto politico istituzionale

I return hub e il modello Italia-Albania al centro della strategia

Tra i punti centrali del testo figurano i cosiddetti Return hub, strutture esterne all’Unione Europea pensate per gestire i rimpatri. Un’impostazione che richiama il modello dell’accordo Italia-Albania, diventato negli ultimi anni uno degli assi su cui il governo italiano ha spinto con maggiore forza.

Proprio questa linea, promossa e sostenuta a lungo dall’esecutivo, è stata progressivamente portata sul tavolo europeo fino a diventare una delle direttrici della nuova politica migratoria comune. In altre parole: non un colpo di scena dell’ultima ora, ma un tassello di una strategia costruita nel tempo.

Il voto di Vannacci e la rivendicazione politica

Vannacci ha votato a favore del regolamento. È un dato. Ma non è un dato esclusivo: lo hanno fatto anche molti altri eurodeputati, appartenenti a gruppi politici diversi. E qui sta il punto: votare un testo non significa averlo ideato, né averne guidato la nascita.

Se la misura è stata elaborata, negoziata e sostenuta dal governo italiano e dalla maggioranza che guida il Paese, diventa difficile sostenere che si tratti del successo personale di un politico che di quel governo non fa parte. Per quanto abile nel comunicare e per quanto in crescita, resta un protagonista arrivato alla fine del percorso, non all’inizio.

Il merito politico non si assegna a colpi di slogan

Vannacci può certamente rivendicare di aver appoggiato la misura. Meno convincente è presentarla come una propria conquista. Il regolamento è stato scritto e portato avanti da altri, mentre lui si è trovato nella fase conclusiva: quella del voto in Parlamento europeo.

In democrazia il consenso passa anche dalla capacità di riconoscere chi ha fatto il lavoro più pesante: negoziare per anni, convincere altri Stati membri, costruire una maggioranza europea, arrivare infine all’approvazione. Quando questo accade, la paternità principale del risultato appartiene a chi ha guidato quel percorso.

Il nodo vero: non il contenuto, ma la paternità del risultato

La questione, infatti, non riguarda il contenuto del regolamento: su quello si può essere favorevoli o contrari, e il dibattito resta legittimo. Il punto è un altro, più concreto e politicamente pesante: la paternità del provvedimento.

E su questo, al netto delle dichiarazioni e delle bandiere di parte, i fatti restano testardi: un voto a favore può contare, ma non basta per intestarsi una battaglia costruita altrove.

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