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“Rompe i cog***!”. Insulti a Meloni: intercettazioni shock

Pubblicato: 01/07/2026 08:26

Un presunto sistema organizzato per sfruttare le procedure previste dal Decreto Flussi e favorire l’ingresso irregolare di cittadini extracomunitari è al centro dell’inchiesta che ha portato all’esecuzione di 30 misure cautelari in diverse province italiane. L’operazione, coordinata dalle procure di Taranto e Bari, ha colpito quella che gli investigatori ritengono un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento dell’immigrazione, basata sull’utilizzo fraudolento delle procedure per il rilascio dei nulla osta al lavoro.

Nel corso delle indagini sono emerse anche alcune intercettazioni che riguardano la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In una conversazione captata dagli investigatori, uno degli indagati attribuisce alla premier la volontà di intensificare i controlli sulle pratiche legate al Decreto Flussi, lamentando che tali verifiche avrebbero potuto compromettere il funzionamento del presunto sistema illecito.
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L’inchiesta e le accuse della procura

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, al vertice dell’organizzazione ci sarebbero il 63enne avvocato Michele Cervellera e il 52enne Antonio Damiano Milella, entrambi di Taranto. Quest’ultimo era già noto alle forze dell’ordine.

L’accusa sostiene che il gruppo avrebbe fatto ricorso in maniera sistematica e fraudolenta alla procedura agevolata prevista dal Decreto Flussi, con l’obiettivo di ottenere un profitto attraverso l’ingresso in Italia di numerosi lavoratori extracomunitari.

Il meccanismo, secondo quanto contestato, prevedeva il coinvolgimento di intermediari stranieri incaricati di individuare le persone interessate all’ingresso nel Paese. A ciascun richiedente sarebbe stato richiesto il pagamento di somme variabili, stabilite in base alla posizione e al Paese di provenienza. I versamenti, sempre secondo l’accusa, avvenivano tramite ricariche PostePay o bonifici accompagnati da causali fittizie.

Il presunto sistema dei nulla osta

Gli investigatori ritengono che i promotori dell’organizzazione predisponessero le richieste di nulla osta per lavoro subordinato o stagionale utilizzando il portale telematico “Ali” del Ministero dell’Interno.

Nelle domande venivano indicate posizioni lavorative che, secondo la procura, in alcuni casi erano inesistenti e in altri non rispondevano alle reali esigenze delle aziende coinvolte. Una volta ottenuto il via libera ministeriale, il nulla osta veniva trasmesso ai consolati o alle ambasciate competenti per consentire il rilascio dei documenti necessari all’ingresso in Italia per motivi di lavoro.

Sempre secondo l’ipotesi accusatoria, ogni pratica avrebbe generato un compenso complessivo di 6.500 euro, suddiviso tra il datore di lavoro ritenuto compiacente, l’intermediario incaricato di procacciare il lavoratore e il professionista coinvolto nella predisposizione della documentazione.

Le intercettazioni su Giorgia Meloni

Tra gli elementi raccolti dagli investigatori figurano anche alcune intercettazioni riferite al giugno 2024, periodo in cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva presentato un esposto al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, chiedendo maggiore attenzione sulle procedure relative al Decreto Flussi.

In una conversazione riportata negli atti dell’inchiesta, uno degli indagati sostiene che la premier avesse segnalato presunte anomalie tra il numero delle richieste di lavoro e quello dei reali posti disponibili, facendo riferimento in particolare a Campania e Puglia. Nello stesso dialogo, l’uomo afferma che l’iniziativa della presidente del Consiglio avrebbe comportato un rafforzamento dei controlli sulle pratiche.

Nel prosieguo della conversazione intercettata, l’indagato utilizza un’espressione offensiva nei confronti della premier, lamentando che la richiesta di verifiche più approfondite potesse ostacolare il funzionamento del presunto sistema al centro dell’indagine.

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