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Vannacci, il mito del generale scomodo si incrina: uranio, Mosca e una carriera finita prima della politica

Pubblicato: 01/07/2026 22:48

Il racconto pubblico di Roberto Vannacci si regge da anni su un’immagine precisa: il militare tutto d’un pezzo, il servitore dello Stato che non si piega, il comandante pronto a sacrificare la propria carriera pur di denunciare ciò che altri avrebbero preferito tenere nascosto. Una figura costruita tra libri, comizi, interviste e slogan, trasformata poi in capitale politico prima dentro la Lega e ora con Futuro Nazionale. Ma quella narrazione, a guardarla da vicino, mostra crepe profonde. A ricostruirle è Valerio Valentini in un articolo pubblicato dal Post, che rimette in fila date, incarichi, esposti, rapporti con i vertici militari e passaggi russi della carriera dell’ex generale. Il quadro che ne esce è molto meno epico di quello consegnato alla propaganda personale di Vannacci.

La carriera militare c’è stata ed è stata importante. Vannacci ha comandato il Col Moschin, reparto d’élite dei paracadutisti, ha guidato la Folgore, ha partecipato a missioni internazionali e ha raggiunto nel 2020 il grado di generale di divisione. Ma proprio lì, intorno alla metà del 2020, la sua traiettoria si sarebbe fermata. E non per una punizione politica, non per una vendetta dei superiori, non per una ritorsione legata alle sue denunce, come lui e i suoi sostenitori hanno spesso lasciato intendere. Secondo la ricostruzione di Valentini, Vannacci avrebbe semplicemente appreso dalle graduatorie del ministero della Difesa che non aveva i requisiti per ambire ai gradi più alti: generale di corpo d’armata e, da lì, eventualmente capo di Stato maggiore dell’Esercito o della Difesa. La corsa verso il vertice, insomma, non sarebbe stata spezzata dal coraggio del ribelle. Sarebbe finita per ragioni molto più ordinarie: punteggi, incarichi, requisiti, graduatorie.

L’esposto sull’uranio arriva dopo la fine della corsa

È su questo punto che la vicenda dell’uranio impoverito cambia completamente significato. Nel giugno del 2020 Vannacci presentò alla procura di Roma un esposto sulle presunte omissioni nella tutela della salute e della sicurezza del contingente italiano impegnato in Iraq, dove lui stesso aveva prestato servizio tra il 2017 e il 2018 nella missione internazionale contro l’Isis. Nell’esposto parlava di un uso “su larga scala” di uranio impoverito, indicando quantità enormi, tra le 300 e le 450 tonnellate, molto superiori a quelle impiegate nei Balcani. Una denuncia forte, destinata a fare rumore. Ma anche una denuncia arrivata oltre due anni dopo il rientro dall’Iraq e, soprattutto, poche settimane dopo la scoperta che la sua carriera non avrebbe più potuto salire fino ai vertici assoluti dell’Esercito.

Qui sta il cuore politico della ricostruzione. Vannacci ha spesso presentato quella denuncia come la prova della propria indipendenza e come una possibile causa del gelo calato su di lui negli ambienti militari. Il racconto suggerito dal Post è quasi opposto: non sarebbe stato l’esposto a bloccare la sua ascesa, ma Vannacci avrebbe scelto di presentare l’esposto quando aveva già saputo che quell’ascesa era finita. La differenza è enorme, perché cambia il senso dell’intera biografia pubblica. Non più il generale sacrificato per aver parlato. Piuttosto, un ufficiale che comincia a costruire una nuova narrazione di sé nel momento in cui capisce che il percorso interno alle Forze armate non gli avrebbe più offerto il massimo traguardo possibile.

Il tema dell’uranio impoverito resta naturalmente serio. È una questione che da anni attraversa il dibattito sulle missioni militari, sulle malattie denunciate da molti soldati e sulle responsabilità dello Stato nella protezione dei propri uomini. Ma nella vicenda Vannacci il punto non è soltanto sanitario o giudiziario. È narrativo e politico. Valentini ricorda che il tema era già ampiamente noto, discusso, usato nelle polemiche parlamentari, riemerso più volte anche in relazione alla guerra in Kosovo e al ruolo di Sergio Mattarella quando era ministro della Difesa. Nel caso dell’Iraq, però, le quantità indicate da Vannacci sarebbero state giudicate al ministero della Difesa del tutto irrealistiche. La denuncia fu comunque ripresa da testate di settore, dal Fatto Quotidiano e dalla Lega, che nel luglio 2020 ne fece oggetto di un’interrogazione parlamentare. In quel momento cominciava già a formarsi il profilo del Vannacci “scomodo”, utile prima mediaticamente e poi politicamente.

La denuncia, comunque, ebbe un effetto nei rapporti interni. Vannacci chiamava in causa, di fatto, anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, allora al vertice del Comando operativo di vertice interforze, organismo che coordina l’impiego delle Forze armate italiane in Italia e all’estero. Cavo Dragone avrebbe poi avuto una carriera di primissimo piano: capo di Stato maggiore della Marina, capo di Stato maggiore della Difesa, fino alla presidenza del comitato militare della Nato. È verosimile, scrive Valentini, che dopo quell’esposto Vannacci non godesse più di grande considerazione tra gli alti comandi. Ma anche questo non basta a trasformarlo automaticamente in un martire. Una cosa è inimicarsi i vertici militari con un’accusa pesante; un’altra è sostenere che la propria carriera sia stata distrutta da quella stessa accusa, quando le graduatorie avevano già chiuso la strada.

A Mosca tra mondanità, Russia e previsioni sbagliate

Dopo l’esposto, nel febbraio 2021, Vannacci fu inviato come delegato militare all’ambasciata italiana a Mosca. Lui lo considerò un incarico ostile: prestigioso sulla carta, ma lontano dall’Italia, meno operativo, marginale rispetto alla catena militare che conta. Eppure è proprio il periodo russo a sollevare le perplessità più pesanti. Secondo la ricostruzione pubblicata dal Post, negli ambienti istituzionali romani circolano da tempo dubbi sul comportamento di Vannacci in Russia. Esponenti delle Forze armate, parlamentari di maggioranza e opposizione e funzionari dell’ambasciata, citati in forma anonima, avrebbero descritto un atteggiamento troppo accomodante nei confronti del regime di Vladimir Putin.

Durante la sua permanenza a Mosca, Vannacci lavorò con due ambasciatori, Pasquale Terracciano e Giorgio Starace. Funzionari dell’ambasciata riferiscono che il suo modo di interpretare il ruolo fosse piuttosto peculiare per un addetto militare: partecipazione assidua agli eventi mondani promossi dalle istituzioni russe, entusiasmo per viaggi e missioni organizzati da apparati militari o di sicurezza locali, adesione molto rapida allo stile di vita del posto. Persino durante la pandemia da Covid, Vannacci avrebbe seguito più le regole permissive di Mosca che le cautele suggerite dai governi europei ai propri funzionari. Non un dettaglio folkloristico, ma un segnale di postura: il generale inviato nella capitale russa sembrava muoversi con una naturalezza che, a molti osservatori italiani, appariva quantomeno anomala.

Vannacci, nel suo libro Il coraggio vince, ha provato a spiegare quel modo di agire sostenendo di non volersi occupare soltanto di questioni militari, ma anche di promozione del sistema Italia: imprese, cibo, turismo, cultura, arte. Ma anche qui la ricostruzione di Valentini sposta il punto. Al ministero della Difesa e agli Esteri viene osservato che attività di quel tipo non sono normalmente il cuore del lavoro di un addetto militare, pur esistendo margini di discrezionalità. Il problema, dunque, non è che Vannacci abbia organizzato incontri o coltivato relazioni. Il problema è che, nel cuore di Mosca e dentro una fase già delicatissima dei rapporti tra Russia e Occidente, il suo profilo apparisse ad alcuni osservatori troppo vicino, troppo morbido, troppo in sintonia con l’ambiente russo.

La prova più clamorosa delle sue difficoltà di lettura del contesto arrivò il 24 febbraio 2022, quando la Russia invase l’Ucraina. Vannacci, che aveva descritto il ruolo degli addetti militari come quello di chi vive sul terreno, misura la temperatura e annusa l’aria, ammise poi di essere rimasto sorpreso. Non aveva previsto l’invasione su vasta scala. E l’ambasciatore Giorgio Starace, nel suo libro La pace difficile, racconta di essersi confrontato con lui pochi giorni prima dell’attacco e di averlo sentito escludere una guerra di grandi dimensioni. Dopo l’inizio dell’invasione, sempre secondo la testimonianza di Starace riportata da Valentini, Vannacci avrebbe previsto che i russi sarebbero entrati in Ucraina “come un coltello nel burro” e che nel giro di un paio di settimane avrebbero raggiunto Kiev ottenendo la capitolazione di Zelensky.

Quella previsione non fu soltanto sbagliata. Fu l’esatto contrario di ciò che sarebbe accaduto. Kiev non cadde, Zelensky non capitolò, l’esercito russo non chiuse la partita in poche settimane e la guerra, quattro anni dopo, è ancora aperta. Per un addetto militare a Mosca, incaricato proprio di leggere la situazione strategica, non è un dettaglio trascurabile. È un errore enorme di valutazione. Ed è anche un errore politicamente significativo, perché coincideva con la linea narrativa del Cremlino e della sua propaganda: la Russia forte, l’Ucraina destinata a crollare, l’Occidente incapace di incidere. La realtà ha smentito tutto, e ha smentito anche la capacità di Vannacci di “annusare l’aria” nel momento decisivo.

Il rientro in Italia arrivò nel maggio 2022, dopo la decisione russa di espellere 24 dipendenti dell’ambasciata italiana a Mosca come ritorsione per l’espulsione di trenta funzionari russi decisa da Roma dopo l’invasione dell’Ucraina e il massacro di Bucha. Vannacci organizzò il viaggio di ritorno della delegazione e lasciò la Russia poco prima della scadenza dell’ultimatum. Ma qualcosa, nei suoi comportamenti, deve avere lasciato il segno. Poco dopo, scaduto formalmente il mandato, venne destinato alla direzione dell’Istituto Geografico Militare, incarico che lui stesso avrebbe considerato umiliante e punitivo, soprattutto per un ufficiale con il suo curriculum operativo.

È in quel passaggio che nasce il Vannacci politico. La carriera militare non gli offriva più il vertice. L’esperienza russa aveva lasciato dietro di sé dubbi e sospetti. L’incarico all’Istituto Geografico appariva come una retrocessione simbolica. Da lì cominciò la costruzione del libro Il mondo al contrario, autopubblicato su Amazon anche grazie ai suggerimenti di Fabio Filomeni, ex ufficiale del Col Moschin e collaboratore di Vannacci già ai tempi dell’Iraq. Filomeni, ricorda il Post, aveva pubblicato a sua volta libri su Amazon, tra cui Morire per la Nato, saggio molto critico verso l’Alleanza atlantica e favorevole a una maggiore cooperazione tra Italia e Russia. Anche questo dettaglio, dentro la biografia pubblica di Vannacci, non è secondario.

All’inizio Vannacci sembrava avere più interlocuzioni nell’area di Fratelli d’Italia. Era in contatto con esponenti meloniani già durante la permanenza a Mosca e avrebbe continuato a esserlo. Ma nell’agosto 2023, dopo l’esplosione del caso Il mondo al contrario, fu proprio il ministro della Difesa Guido Crosetto a prendere le distanze in modo netto, annunciando l’avvio di un procedimento disciplinare. Secondo quanto ricostruisce Valentini, Crosetto avrebbe riferito riservatamente di essersi informato su Vannacci e di averne ricavato un giudizio durissimo: personaggio pericoloso, esaltato, poco raccomandabile, con rapporti opachi con la Russia. Una valutazione pesantissima, arrivata non da un avversario politico di sinistra, ma da uno dei principali dirigenti del partito della presidente del Consiglio.

Pochi giorni dopo arrivò la sponda di Matteo Salvini. Il 21 agosto 2023 lo staff del leader leghista rese nota una telefonata cordiale con il generale. Fu il primo vero segnale dell’avvicinamento alla Lega, poi culminato nella candidatura alle europee, nel ruolo di vicesegretario e infine nella rottura con il partito per fondare Futuro Nazionale. A quel punto la carriera militare non era più soltanto un passato da rivendicare: era diventata un marchio politico. Il generale contro il sistema. Il soldato tradito dai vertici. Il patriota punito perché scomodo. Una formula semplice, efficace, perfetta per il mercato elettorale.

Il lavoro di Valerio Valentini sul Post colpisce proprio lì: nel punto in cui la biografia diventa propaganda. Non smonta Vannacci negando ciò che è stato, ma mostra quanto sia discutibile il modo in cui lui stesso ha raccontato ciò che è stato. La denuncia sull’uranio impoverito non appare più come l’origine della sua caduta, ma come un gesto arrivato quando la promozione ai vertici era già sfumata. L’incarico a Mosca non appare soltanto come un esilio, ma come una fase segnata da comportamenti giudicati anomali e da una lettura clamorosamente sbagliata della Russia di Putin. Il successivo approdo in politica, infine, non sembra l’esito naturale di una vocazione civile, ma la trasformazione di una frustrazione professionale in racconto identitario.

È questa la crepa più profonda nel mito Vannacci. Non la carriera, che resta reale. Non gli incarichi, che ci sono stati. Non il curriculum, che nessuno può cancellare. Ma la pretesa di farne una leggenda morale, la storia del generale puro fermato dai poteri opachi perché troppo coraggioso. La ricostruzione del Post racconta qualcosa di più ruvido e meno edificante: un ufficiale arrivato lontano ma non fino in cima, un uomo che denuncia quando ormai sa di non poter salire ancora, un addetto militare a Mosca che non capisce l’invasione imminente e ne sottovaluta completamente gli sviluppi, un personaggio che dopo la marginalizzazione militare trova nella polemica culturale e politica la via per reinventarsi. Più che la storia di un martire, sembra la storia di un’ambizione ferita che ha trovato nella politica il suo nuovo campo di battaglia.

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