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Attentato Ranucci: sequestrati a Lavitola tre telefonini, due pen drive e sette manoscritti

Pubblicato: 09/07/2026 18:10

Il focus delle ultimissime ore si è concentrato sull’enorme patrimonio informativo strappato alla disponibilità del manager. Gli investigatori sono infatti convinti che la chiave di volta per decifrare l’intera operazione criminale si celi proprio all’interno del materiale tecnologico e cartaceo sequestrato a Valter Lavitola. Sotto la lente d’ingrandimento del pool di esperti informatici della Procura sono finiti, in particolare, sette manoscritti autografi contenenti appunti riservati, tre telefonini cellulari e due pen drive. Un vero e proprio archivio segreto che i magistrati considerano una miniera d’oro per trovare i riscontri della tentata strage e svelare i legami nascosti dietro il blitz di Pomezia.

L’attività d’indagine ha subito un’accelerazione decisiva con lo svolgimento del formale atto di interrogatorio a carico dell’ex editore, un faccia a faccia durato circa due ore tra le mura della Procura di Roma. Lavitola, iscritto sul registro degli indagati con le gravissime imputazioni provvisorie di tentata strage e associazione a delinquere con l’aggravante del metodo mafioso per il gravissimo attentato esplosivo del 16 ottobre 2025, si è seduto davanti al procuratore capo Francesco Lo Voi. Al termine dell’audizione, il manager, scortato dal suo storico e carismatico difensore, l’avvocato Sergio Cola, ha preferito utilizzare le uscite secondarie del Palazzo di Giustizia per allontanarsi rapidamente da piazzale Clodio senza rilasciare commenti o dichiarazioni spontanee ai cronisti presenti.

Le dichiarazioni dell’indagato e la tesi della difesa

Nonostante l’applicazione formale del diritto al silenzio, la giornata ha offerto spunti di fondamentale rilievo per comprendere l’andamento del processo. Il legale dell’ex giornalista ha preso la parola per esporre la lettura fornita dal suo assistito, focalizzandosi in particolar modo sull’incongruenza della tesi della Procura se parametrata ai rapporti passati tra la正式 vittima e l’accusato. “Vi posso dire che Valter Lavitola è sconvolto per le accuse che gli sono state mosse e ciò in ragione dello stretto e fraterno rapporto di amicizia che ha con Ranucci come confermato dallo stesso giornalista” ha spiegato apertamente l’avvocato Cola per contestare la logica del provvedimento cautelare. La strategia processuale è apparsa chiara: il manager si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha scelto espressamente di rendere lunghe dichiarazioni spontanee per ribadire la propria totale e assoluta estraneità rispetto ai fatti contestati.

Il difensore ha voluto motivare questa scelta tecnica evidenziando l’impossibilità di controbattere analiticamente a elementi ancora secretati dall’ufficio del pubblico ministero. “Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, però ha reso delle lunghe dichiarazioni spontanee, nel corso delle quali ha sottolineato il forte rapporto di amicizia fraterna con Ranucci, anche particolareggiando questo rapporto: frequentazione continua, quasi quotidiana; frequentazione delle famiglie, il ricambio di piacere a livello personale per una sorta di solidarietà, e tutto questo chiaramente non poteva essere che inconciliabile con la condotta delittuosa che gli è stata contestata, cioè quella di essere il mandante dell’attentato. Mi pare che tutto questo lo possa ribadire ulteriormente, ove mai avesse la possibilità di prendere visione dei dati probatori che non sono noti, in quanto che l’interrogatorio è stato reso ai sensi dell’articolo 375 del Codice di procedura penale, quindi senza poter prendere visione degli atti” ha concluso dettagliatamente il legale di fiducia.

Un altro punto nodale affrontato nel corso della difesa riguarda la figura di un collaboratore di origini africane, ritenuto dagli investigatori un anello di congiunzione essenziale tra l’imprenditore romano e la manovalanza criminale campana. “Lavitola – prosegue poi l’avvocato Cola – ha anche ritenuto che, a prescindere dal fatto che lui è estraneo, la estraneità anche di Gomez, il suo collaboratore, che considera come un figlio nel vero senso della parola, e ha anche spiegato che non ha fatto assolutamente nessuna fuga in Camerun, dove si reca continuamente, risulta anche dal passaporto e tuttora si trova lì per ragioni di carattere finanziario, seguendo un affare che Lavitola sta conducendo lì, relativo al carbon credit. Devo anche aggiungere un’ulteriore circostanza, che è stata più volte rappresentata dalla stampa; che un indizio sarebbe costituito dal fatto che Lavitola il 15 settembre, un mese prima dell’attentato, sarebbe stato visto nei pressi della villa di Ranucci a Pomezia. Lavitola ha detto che la villa di Ranucci per lui era familiare, nel senso che si è recato più volte lì, quindi assolutamente nessun sospetto o valore indiziario si può dare a questa considerazione. Tra l’altro, il 15 settembre Lavitola si è recato in Argentina, anche se di sera. Ritengo che tutto questo sia stato più che sufficiente per dimostrare la sua innocenza e Lavitola ha dato la sua disponibilità, qualora dovesse avere la possibilità di prendere visione degli atti e dei dati probatori, a rendere interrogatorio e rispondere alle domande che per il momento non gli sono state fatte proprio per le ragioni che ho detto” ha concluso formalmente l’avvocato, blindando la linea di totale innocenza.

La rete dei contatti e le indagini sulla matrice dell’esplosione

Mentre le perquisizioni condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati, coordinate dall’Antimafia della Capitale sotto la guida del sostituto Edoardo De Santis – subentrato al pm Carlo Villani ora alla guida della Procura di Velletri – cercano riscontri nei computer isolati, il quadro criminale si allarga agli esecutori. La scorsa settimana, l’impianto accusatorio ha retto davanti al giudice per le indagini preliminari, portando all’esecuzione di quattro misure cautelari per reati gravissimi legati all’uso dell’ordigno. L’intermediario individuato risponde al nome del camerunense di quarantasette anni, Gomes Clesio Tavares, storico impiegato dal 2017 nel ristorante romano dell’imprenditore situato in viale dei Quattro Venti. Secondo le tesi dei magistrati, l’uomo sarebbe stato incaricato di reclutare soggetti idonei a reperire il materiale esplosivo e agire sul campo. Il gruppo criminale è stato smantellato tra Napoli e l’Irpinia: si tratta di una coppia di Avella, composta da Pellegrino D’Avino e dalla moglie Marika De Filippis, finita ai domiciliari, insieme a Saverio Mutone di Sperone e Antonio Passariello, cinquantatreenne di Cicciano, considerato un elemento di spicco del sodalizio.

Il reato di strage aggravata in concorso pende ora su tutti i protagonisti di questa scura vicenda. L’esplosivo impiegato per colpire la residenza del giornalista tra Pomezia e Torvaianica è stato identificato come “gelatina da cava”, una sostanza obsoleta ma dotata di un potenziale distruttivo enorme. I dubbi principali della Procura sichiedono ora sulla ricerca del movente economico o politico. Nelle carte dell’ordinanza si evidenzia come i componenti della banda, intercettati dalle microspie ambientali, facessero riferimento a un misterioso referente economico definendolo semplicemente “Quello”, colui che avrebbe versato svariate migliaia di euro per l’esecuzione del piano e garantito schede prepagate per la latitanza. Anche i riscontri storici vengono analizzati: nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò uno scatto dei due ex amici a cena insieme, un legame antico che oggi si scontra con i rilievi tecnici del Ris di Roma e i tracciamenti telematici di una Fiat 500 X noleggiata che collegano i telefoni degli arrestati alla via dell’attentato. Al termine della sua audizione blindata, lo stesso Sigfrido Ranucci aveva confermato il massimo sforzo degli inquirenti: “Al momento, gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi”.

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