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Milo Infante: “Ho contribuito alla mostrificazione di Alberto Stasi, mi sento in colpa”

Pubblicato: 12/07/2026 13:42

Le dinamiche del giornalismo d’inchiesta e la gestione mediatica dei grandi casi di cronaca nera tornano al centro del dibattito, sollevando profondi interrogativi sull’etica professionale e sull’impatto della giustizia spettacolarizzata. A riaccendere i riflettori su una delle vicende più controverse degli ultimi vent’anni è un clamoroso mea culpa che arriva direttamente da uno dei volti più noti della televisione italiana. Nel corso di un’intervista a Il MessaggeroMilo Infante, recentemente passato a Mediaset dopo la lunga avventura in Rai, si è così espresso sul caso Garlasco: “Mi sento in colpa per aver contribuito alla mostrificazione di Alberto Stasi dando per buoni certi teoremi. Devo chiedergli scusa perché un cronista deve sempre dubitare”.

Queste parole aprono una squarcio drammatico sulla responsabilità della stampa nella costruzione del consenso o del dissenso pubblico attorno a un indagato, prima ancora che i tribunali emettano sentenze definitive. Il j’accuse che il conduttore rivolge a se stesso e, implicitamente, all’intero sistema informativo, evidenzia il rischio concreto di trasformare le aule giudiziarie in arene televisive dove il dubbio metodologico viene troppo spesso sacrificato sull’altare dell’audience. La vicenda di Garlasco ha rappresentato per anni un vero e proprio spartiacque nel modo di raccontare i delitti nel nostro Paese, polarizzando l’opinione pubblica tra colpevolisti e innocentisti senza sosta.

Il dovere del dubbio e il peso della responsabilità mediatica

Il ripensamento tardivo, ma netto, del giornalista pone l’accento sulla necessità di un ritorno alle regole auree della professione, dove la verifica delle fonti e lo scetticismo verso le verità precostituite dovrebbero costituire la bussola di ogni operatore dell’informazione. Ammettere di aver cavalcato teoremi investigativi rivelatisi poi parziali o distorti rappresenta un atto di onestà intellettuale non comune nel panorama radiotelevisivo contemporaneo, specialmente per chi ha legato il proprio nome a trasmissioni di approfondimento quotidiano.

Il richiamo di Infante al dovere del dubbio risuona come un monito per le nuove generazioni di cronisti, spesso schiacciate dalla velocità del web e dalla fame di riscontri immediati. La richiesta di scuse formali indirizzata ad Alberto Stasi segna un punto di non ritorno nella narrazione di quel tragico agosto del 2007, dimostrando come il tempo possa restituire una prospettiva più lucida e distaccata anche a chi ha vissuto in prima linea l’ossessione mediatica di quel delitto. Resta ora da capire se questa presa di posizione isolata rimarrà un caso unico o se aprirà la strada a una riflessione collettiva più ampia all’interno delle principali redazioni del Paese.

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