
Il 16 luglio 1976 rappresenta una delle date più significative della storia della Repubblica. In quel giorno, all’Hotel Midas di Roma, Bettino Craxi venne eletto segretario nazionale del Partito Socialista Italiano, aprendo una stagione destinata a cambiare profondamente il ruolo del socialismo democratico italiano. Quella che inizialmente apparve come una soluzione di compromesso tra le correnti del partito si trasformò invece nell’inizio di una leadership durata quasi diciassette anni e capace di ridefinire gli equilibri della politica nazionale.
A distanza di mezzo secolo, quella vicenda continua a essere oggetto di dibattito. Da una parte rimane la stagione delle grandi riforme, dell’autonomia socialista e della modernizzazione del Paese; dall’altra il trauma di Tangentopoli e la dissoluzione del PSI. Ma una domanda continua ad accompagnare la ricorrenza: che cosa resta oggi del socialismo italiano e dell’eredità politica di Bettino Craxi?
Il congresso del Midas e la nascita della leadership di Craxi
L’estate del 1976 fu una delle più delicate della storia repubblicana. Le elezioni politiche di giugno avevano consegnato un risultato drammatico per il PSI, fermo al 9,64%, mentre Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano uscivano entrambe rafforzate. La strategia degli “equilibri più avanzati”, perseguita dalla segreteria di Francesco De Martino, si era rivelata un fallimento: nel tentativo di condizionare la DC e aprire un dialogo privilegiato con il PCI, il Partito socialista aveva finito per favorire proprio la crescita dei comunisti.
Il Comitato centrale convocato all’Hotel Midas, sulla via Aurelia, divenne così il teatro di una lunga partita interna. La relazione di De Martino sulla sconfitta elettorale non riuscì a ricompattare il partito. Nel frattempo maturava un’intesa tra la corrente autonomista guidata da Rino Formica e la Sinistra per l’alternativa di Claudio Signorile, sostenuta anche da figure come Gianni De Michelis e Fabrizio Cicchitto. A loro si aggiunsero successivamente Enrico Manca e Giacomo Mancini, determinando la maggioranza necessaria per cambiare la guida del partito.
La candidatura di Craxi rimase coperta fino all’ultimo. Fu allora che Giacomo Mancini pronunciò quella frase destinata a entrare nella storia politica italiana: «Non conta un cazzo, può mettere d’accordo tutti». Era una valutazione che si sarebbe rivelata completamente errata. Il dirigente considerato inizialmente un punto di equilibrio tra le correnti si trasformò rapidamente nel leader più forte che il PSI avesse avuto dal dopoguerra.
Dall’autonomia socialista alla conquista di Palazzo Chigi
L’elezione del 16 luglio 1976 segnò una vera cesura rispetto alla tradizione socialista precedente. Craxi avviò un processo di autonomia politica sia nei confronti della Democrazia Cristiana sia del Partito Comunista, rifiutando il ruolo subalterno che il PSI aveva spesso ricoperto nei decenni precedenti.
Fu una strategia che, negli anni successivi, consentì ai socialisti di recuperare centralità fino ad arrivare alla nascita del primo governo guidato da un socialista nella storia della Repubblica, nel 1983. Durante la sua esperienza a Palazzo Chigi, Craxi puntò sulla modernizzazione economica, sulla collocazione europea e atlantica dell’Italia e su una maggiore autorevolezza internazionale del Paese. Emblematico rimane il confronto con gli Stati Uniti nella crisi di Sigonella, ancora oggi considerato uno dei momenti più significativi della politica estera italiana del dopoguerra.
Che cosa resta oggi della galassia socialista
Il PSI storico si è sciolto nel 1994, travolto dalla stagione di Tangentopoli. Da allora il socialismo italiano ha conosciuto una lunga diaspora che non è mai riuscita a ricomporsi completamente. Una parte della classe dirigente confluisce nei Democratici di Sinistra e successivamente nel Partito Democratico, altri scelgono esperienze nel centrodestra, mentre una componente mantiene vivo il simbolo socialista attraverso il Partito Socialista Italiano, ricostituito nel 2007 e oggi guidato da Enzo Maraio.
Attorno al PSI continuano inoltre a muoversi fondazioni culturali, associazioni riformiste e realtà che si richiamano alla tradizione socialista europea. Sul piano elettorale, però, il peso politico del socialismo organizzato è oggi molto distante da quello esercitato durante la Prima Repubblica. La cultura socialista sopravvive soprattutto come patrimonio politico distribuito tra diverse forze riformiste, liberali e progressiste, più che come soggetto autonomo capace di competere alle elezioni. Lo stesso gruppo dirigente socialista rivendica oggi il tentativo di ricostruire una presenza riformista nella sinistra italiana, pur in un contesto profondamente diverso rispetto al passato.
L’eredità politica di Craxi continua a dividere
A cinquant’anni dalla sua elezione, Bettino Craxi resta probabilmente una delle figure più controverse della storia repubblicana. Sul piano giudiziario e morale il suo nome continua a essere inevitabilmente associato alla stagione di Tangentopoli. Sul piano politico, invece, molti osservatori gli riconoscono di aver anticipato alcuni temi che sarebbero diventati centrali negli anni successivi: il rafforzamento dell’esecutivo, la necessità di una maggiore stabilità dei governi, il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, il riformismo europeo e una concezione della politica estera fondata sulla tutela dell’interesse nazionale.
Anche chi esprime giudizi molto severi sulla fase finale della sua esperienza politica riconosce che Craxi modificò in profondità il profilo del PSI e contribuì a ridefinire gli equilibri della Prima Repubblica. La sua lezione continua a essere oggetto di studio da parte di storici e istituti di ricerca, mentre il dibattito sulla sua figura rimane aperto proprio perché intreccia risultati politici, responsabilità personali e trasformazioni dell’intero sistema italiano.
Il 16 luglio che cambiò la storia del PSI
Il Comitato centrale dell’Hotel Midas terminò con un giorno di ritardo rispetto al calendario previsto. Da quella sala romana prese forma una stagione politica destinata a durare quasi diciassette anni, fino alle dimissioni di Craxi dell’11 febbraio 1993.
Cinquant’anni dopo, il socialismo italiano è solo una pallida fotografia della forza determinante che fu negli anni Ottanta. Ma la discussione sulla figura di Bettino Craxi, sul suo riformismo, sulla sua idea di governo e sul rapporto tra politica e istituzioni continua ancora oggi a rappresentare uno dei capitoli più significativi della storia della Repubblica italiana.


