
Ci sono sentenze che chiudono un processo e altre che aprono una ferita nel rapporto tra cittadini e istituzioni. Le decisioni arrivate in queste ore rischiano di appartenere alla seconda categoria.
Da una parte Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni per aver ucciso due rapinatori dopo l’assalto alla sua attività. Dall’altra Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, condannato a 12 anni nel processo per il crollo del Ponte Morandi, la tragedia che il 14 agosto 2018 provocò 43 vittime innocenti.
Sono due vicende completamente diverse, giuridicamente non comparabili e disciplinate da fattispecie di reato differenti. Nessun magistrato è chiamato a confrontare una sentenza con un’altra. Ma è altrettanto vero che i cittadini lo fanno. E quando lo fanno, inevitabilmente, si interrogano sul senso di proporzione che dovrebbe accompagnare l’amministrazione della giustizia.
La legge e la percezione della giustizia non possono vivere in mondi separati
Il diritto non è matematica. Ogni processo ha prove, responsabilità, aggravanti, attenuanti e norme specifiche. Nessuno pretende che un giudice decida sulla base dell’emotività o del consenso popolare. Ma una democrazia non può nemmeno ignorare la percezione di giustizia dei propri cittadini.
Quando chi si è difeso da una rapina riceve una pena superiore a quella inflitta, in primo grado, a un manager ritenuto responsabile di condotte che hanno preceduto una tragedia costata la vita a quarantatré persone, è inevitabile che nell’opinione pubblica nasca un senso di disorientamento.
Non significa mettere in discussione l’autonomia della magistratura. Significa prendere atto che il rapporto di fiducia tra cittadini e giustizia passa anche attraverso la comprensibilità delle decisioni.
Lo strabismo che fa male alle istituzioni
Il problema non è stabilire quale delle due sentenze sia più corretta sul piano tecnico. Il problema è lo strabismo che queste decisioni trasmettono all’esterno.
Per milioni di italiani il messaggio rischia di essere devastante: chi sbaglia nell’esercizio di grandi responsabilità economiche o gestionali sembra ricevere un trattamento più indulgente rispetto a chi, nel terrore di una rapina, reagisce in modo sproporzionato.
È una lettura che può anche essere giuridicamente contestabile. Ma è quella che inevitabilmente prende forma nell’opinione pubblica.
Ed è proprio qui che si apre una crepa pericolosa. Perché una giustizia che appare lontana dal comune senso di equità finisce per perdere autorevolezza, anche quando applica correttamente la legge.
La credibilità della magistratura è un bene costituzionale
La Costituzione affida alla magistratura un ruolo fondamentale: garantire imparzialità, indipendenza e tutela dei diritti. Proprio per questo la sua credibilità rappresenta un patrimonio pubblico che va preservato con la massima attenzione.
Ogni sentenza che genera una percezione di sproporzione alimenta invece la convinzione che esistano pesi e misure differenti. E quando questa convinzione si diffonde, il danno non colpisce soltanto il singolo processo.
Colpisce l’intera istituzione. La fiducia nella giustizia è infatti uno dei pilastri dello Stato di diritto. Se quel pilastro si indebolisce, cresce la sfiducia verso le istituzioni, aumenta la distanza tra cittadini e Stato e si alimenta un sentimento di frustrazione che nessuna democrazia dovrebbe sottovalutare.
La giustizia giusta non è quella che asseconda la piazza
Attenzione: la soluzione non è una magistratura che segua gli umori della rete o dei talk show. Sarebbe un errore altrettanto grave.
La giustizia giusta è quella che applica rigorosamente la legge, ma riesce anche a trasmettere un senso di proporzione tra il fatto commesso, la responsabilità accertata e la pena inflitta. Quando questo equilibrio viene meno, anche una sentenza formalmente impeccabile rischia di apparire incomprensibile.
Ed è proprio questa incomprensibilità che oggi rappresenta il vero problema.
Un campanello d’allarme che non può essere ignorato
Le sentenze si impugnano, i processi hanno più gradi di giudizio (ma nel caso di Roggero era l’ultimo…) e sarà la giustizia stessa a dire se per la vicenda del Ponte Morandi la sentenza odierna sarà confermata o modificata. Ma il dibattito che si è acceso nel Paese merita di essere ascoltato.
Perché uno Stato forte non è quello che pretende fiducia a prescindere. È quello che comprende come la fiducia si costruisca giorno dopo giorno, anche attraverso decisioni che, pur nel rigoroso rispetto della legge, sappiano apparire coerenti con quel principio di equità che i cittadini continuano ad aspettarsi dalla giustizia.
Se questo legame si spezza, a perdere non è una parte politica, né un imputato o una vittima. A perdere è la credibilità stessa delle istituzioni democratiche. E ricostruirla è infinitamente più difficile che pronunciare una sentenza.


