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La nuova mappa del terrorismo islamico: i quattro fronti che preoccupano l’Occidente

Pubblicato: 17/07/2026 12:56

Dopo la sconfitta territoriale del cosiddetto Califfato in Siria e Iraq, la minaccia del terrorismo islamico non è scomparsa. Al contrario, secondo analisti e servizi di intelligence, sta assumendo nuove forme e trovando terreno fertile in alcune aree del Sud Est asiatico e dell’Asia meridionale, dove instabilità politica, povertà, tensioni religiose e reti di reclutamento online stanno favorendo la riorganizzazione di gruppi jihadisti.
Il recente attentato di Bondi Beach, in Australia, attribuito all’Isis e collegato dagli investigatori a cellule attive nelle Filippine, ha riportato l’attenzione su una regione che da anni viene considerata un possibile laboratorio della nuova jihad globale.

Le Filippine restano uno dei principali centri della galassia Isis

Tra i fronti più delicati figurano le Filippine meridionali, in particolare l’isola di Mindanao, dove da decenni convivono separatismo islamico, guerriglia e criminalità organizzata.

Secondo numerosi analisti, proprio questa regione continua a rappresentare uno dei principali centri di addestramento per militanti affiliati allo Stato Islamico. Le fitte foreste, le aree montuose e le numerose isole favoriscono infatti l’attività clandestina dei gruppi armati.

Tra le organizzazioni presenti figurano il gruppo Maute, fortemente ridimensionato negli ultimi anni, e la rete Isis-East Asia, composta da alcune centinaia di combattenti filippini e stranieri che hanno giurato fedeltà al Califfato.

Pakistan, cresce la minaccia lungo il confine afghano

Anche il Pakistan continua a rappresentare uno dei principali teatri dell’estremismo islamico. Nella provincia del Balochistan, al confine con Iran e Afghanistan, operano sia movimenti separatisti sia gruppi jihadisti come lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan (ISKP), che ha intensificato le proprie attività dopo il ritorno al potere dei talebani a Kabul.

Negli ultimi mesi il Paese è stato colpito da diversi attentati, tra cui uno dei più gravi avvenuto contro una moschea nei pressi della capitale, costato la vita a decine di persone e che ha confermato la capacità operativa delle organizzazioni terroristiche presenti nell’area.

Bangladesh e Malesia, cresce l’allarme per il reclutamento

L’attenzione degli osservatori internazionali è rivolta anche al Bangladesh, considerato uno dei possibili nuovi poli dell’estremismo islamista.

Dopo la crisi politica del 2024, alcune organizzazioni radicali hanno aumentato la propria visibilità, promuovendo apertamente la sostituzione dell’attuale ordinamento laico con uno Stato fondato sulla legge islamica.

A rafforzare i timori è arrivata anche la recente operazione condotta in Malesia, dove la polizia ha arrestato decine di cittadini bengalesi accusati di aver creato una rete clandestina ispirata allo Stato Islamico. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe reclutato nuovi aderenti, diffuso propaganda jihadista e raccolto fondi destinati ad attività terroristiche.

In questo scenario continua inoltre l’attività di Al-Qaeda nel Subcontinente Indiano (AQIS), che attraverso i propri canali propagandistici invita a rafforzare l’influenza dell’islamismo radicale nell’area.

Anche lo Sri Lanka resta sotto osservazione

Tra i Paesi monitorati con maggiore attenzione figura infine lo Sri Lanka, dove le autorità mantengono alta la vigilanza su diversi focolai di radicalizzazione presenti soprattutto nella Provincia Orientale.

Pur non registrando al momento un’attività terroristica paragonabile a quella di altri Paesi della regione, il timore è che le tensioni religiose e la diffusione della propaganda online possano favorire nuove forme di estremismo.

Perché la minaccia sta cambiando

Scrive Federico Giuliani su Il Giornale che “secondo gli esperti, il terrorismo islamico sta attraversando una fase di profonda trasformazione”. Non esiste più insomma un unico grande centro operativo come durante gli anni del Califfato, ma una costellazione di gruppi locali collegati tra loro da ideologia, reti digitali e canali di finanziamento.

Il rientro nei Paesi d’origine di numerosi combattenti reduci dai conflitti in Siria e Iraq, unito alla crescente capacità di reclutamento attraverso internet, ha contribuito alla nascita di nuove cellule operative capaci di agire in modo autonomo ma coordinate sul piano ideologico.

È proprio questa struttura diffusa e meno visibile a rappresentare oggi una delle principali preoccupazioni delle agenzie di sicurezza occidentali, chiamate a monitorare un fenomeno sempre più ramificato e difficile da intercettare.

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