
Con l’intensificarsi della guerra tra Stati Uniti e Iran, la rete di basi militari americane disseminate in Medio Oriente è tornata al centro dello scontro. Quelle installazioni che per decenni hanno rappresentato il pilastro della strategia militare di Washington nella regione sono oggi diventate i principali obiettivi degli attacchi di Teheran e dei gruppi armati a essa alleati. Missili balistici, droni e razzi hanno colpito ripetutamente infrastrutture statunitensi in diversi Paesi del Golfo, trasformando basi considerate fino a pochi anni fa relativamente sicure in bersagli permanenti.
Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom), nell’area sono attualmente schierati oltre 50.000 militari americani, distribuiti tra basi navali, aeroporti militari, centri logistici e installazioni dedicate alla difesa aerea. Una presenza costruita nell’arco di decenni per garantire la sicurezza delle rotte energetiche, contrastare il terrorismo e contenere l’influenza iraniana, ma che oggi rappresenta anche uno dei punti di maggiore vulnerabilità per Washington.
Bahrein, il cuore della presenza navale americana
Il principale simbolo della presenza statunitense nel Golfo è il Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti insieme al quartier generale delle Naval Forces Central Command. Il porto del piccolo regno ospita alcune delle più importanti unità navali americane, comprese le portaerei e le navi da guerra impegnate nelle operazioni nel Golfo Persico, nel Mar Arabico e nel Mar Rosso.
Proprio per il suo valore strategico, il Bahrein è diventato uno degli obiettivi privilegiati delle operazioni iraniane dall’inizio del conflitto. Teheran considera infatti la presenza della Quinta Flotta uno degli strumenti principali attraverso cui Washington controlla lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per una quota significativa del commercio mondiale di petrolio.

Iraq e Giordania, il fronte più esposto
In Iraq gli Stati Uniti mantengono ancora contingenti militari, in particolare nella regione autonoma del Kurdistan, nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis. Sebbene la missione sia destinata a concludersi entro settembre, le basi americane continuano a essere bersaglio delle milizie sciite sostenute dall’Iran.
Secondo i dati diffusi dalle autorità militari statunitensi, dall’inizio della guerra le installazioni americane in Iraq, comprese le sedi diplomatiche di Baghdad ed Erbil, sono state colpite oltre 600 volte tra attacchi con razzi, droni e missili.
Anche la Giordania occupa una posizione chiave nello schieramento americano. Ufficialmente Washington e Amman parlano di presenza di personale statunitense all’interno di basi giordane, mentre Teheran considera queste strutture vere e proprie basi americane. Tra le più importanti c’è la base aerea Muwaffaq Salti, dove sono schierati caccia F-15 e F-16, droni da ricognizione e sistemi antimissile Patriot e THAAD, fondamentali per la difesa dell’intera regione.
Kuwait e Qatar, i grandi hub logistici del Pentagono
Il Kuwait rappresenta da anni uno dei principali centri logistici delle operazioni americane in Medio Oriente. Qui si trovano Camp Arifjan, quartier generale avanzato delle forze terrestri del CentCom, e la base aerea Ali al-Salem, utilizzata come snodo per il trasferimento di uomini, mezzi e materiali verso i diversi teatri operativi.
Ancora più strategica è la base di Al Udeid, in Qatar, considerata il principale centro operativo avanzato delle forze armate statunitensi nella regione. Ospita il comando delle operazioni aeree del CentCom, reparti delle forze speciali e numerosi velivoli da combattimento e da ricognizione.
Negli ultimi mesi Al Udeid è stata colpita più volte da missili iraniani, confermando il suo ruolo centrale nella strategia militare americana. Un episodio analogo si era già verificato nel giugno 2025, quando Teheran aveva reagito agli attacchi contro i propri siti nucleari prendendo di mira proprio la base qatariota.
Emirati Arabi e Arabia Saudita, il sistema di difesa del Golfo
Negli Emirati Arabi Uniti la principale installazione americana è la base di Al Dhafra, che ospita la 380ª Ala Aerea di Spedizione dell’Aeronautica statunitense. Qui operano caccia di ultima generazione, droni MQ-9 Reaper e un importante centro dedicato all’addestramento nella difesa aerea e missilistica.
In Arabia Saudita, invece, gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza militare a partire dal 2019, dopo anni di ridimensionamento. La base di Prince Sultan, nei pressi di Riad, rappresenta oggi uno dei principali punti di appoggio americani nella Penisola Arabica ed è stata più volte indicata dall’Iran tra gli obiettivi delle proprie operazioni militari.
Da strumenti di deterrenza a bersagli permanenti
Per decenni queste basi hanno costituito il principale strumento di deterrenza degli Stati Uniti in Medio Oriente, garantendo la protezione degli alleati regionali, la sicurezza delle rotte energetiche e la capacità di intervenire rapidamente in caso di crisi. La guerra con l’Iran ha però modificato profondamente questo equilibrio.
L’evoluzione delle capacità missilistiche e dei droni iraniani ha reso molte di queste installazioni vulnerabili anche a centinaia di chilometri di distanza. Ogni nuova ondata di attacchi costringe Washington a rafforzare i sistemi di difesa, redistribuire uomini e mezzi e aumentare il livello di allerta, con costi economici e strategici sempre maggiori.
In questo scenario, la rete di basi americane continua a rappresentare un elemento fondamentale della proiezione militare degli Stati Uniti nel Golfo, ma allo stesso tempo è diventata uno dei principali fronti dello scontro diretto con Teheran. La loro capacità di resistere agli attacchi e di garantire la continuità operativa sarà uno degli aspetti decisivi nell’evoluzione del conflitto.


