
Le trattative per il futuro della Striscia di Gaza potrebbero essere a un punto di svolta. A dieci mesi dalla firma del cessate il fuoco, diversi media israeliani riferiscono che Hamas sarebbe vicino ad accettare il disarmo, un passaggio considerato decisivo per trasferire il controllo del territorio a una nuova amministrazione dopo circa vent’anni. Secondo fonti palestinesi vicine ai negoziati, l’intesa sarebbe ormai vicina, anche se non è ancora stata ufficializzata. Sul tavolo resta un accordo complesso, che dovrà conciliare le richieste israeliane, le pressioni dei mediatori regionali e le garanzie richieste dal movimento islamista.
Tra gli elementi che avrebbero favorito i progressi nei colloqui figura la decisione del governo di Benjamin Netanyahu di autorizzare l’ingresso a Gaza di una forza multinazionale di sicurezza, destinata ad affiancare il futuro comitato tecnocratico palestinese guidato da Ali Shaath. Il contingente, composto inizialmente da circa 200 militari provenienti da Paesi considerati amici, tra cui Uganda e Marocco, rappresenterebbe uno dei pilastri del nuovo assetto previsto per la Striscia.
Le pressioni diplomatiche e il possibile accordo
Il via libera israeliano avrebbe rafforzato l’azione diplomatica di Egitto, Qatar e Turchia, impegnati da mesi nella mediazione tra le parti. Anche il Board of Peace fondato da Donald Trump ha definito il voto del gabinetto di sicurezza israeliano un passaggio importante verso un nuovo modello di governance e sicurezza per Gaza.
Secondo quanto riportato dai media israeliani, nei colloqui in corso al Cairo Hamas avrebbe mostrato una disponibilità senza precedenti ad accettare il disarmo. Tra le ipotesi circolate vi sarebbe persino una possibile firma ufficiale dell’intesa in Egitto nei prossimi giorni, anche se al momento non esistono conferme definitive.
I punti dell’intesa e le riserve di Israele
Secondo la ricostruzione del giornalista israeliano Amit Segal, il possibile accordo si fonderebbe su quattro elementi principali: la consegna di tutte le armi e delle infrastrutture militari di Hamas, il trasferimento dell’arsenale sotto il controllo della forza multinazionale, la cessazione di ogni attività e reclutamento militare da parte del movimento e il mantenimento delle posizioni israeliane fino al completamento del disarmo.
Proprio quest’ultimo aspetto alimenta però le principali perplessità. L’analista Nimrod Goren invita infatti alla prudenza, osservando che in passato Hamas avrebbe lasciato filtrare aperture simili nel tentativo di ottenere ulteriori concessioni sul ritiro delle forze israeliane. Anche qualora fosse raggiunto un accordo, sottolinea, resterebbe comunque da verificarne l’effettiva applicazione.
Restano nodi aperti su armi e futuro di Hamas
Secondo altre ricostruzioni pubblicate dalla stampa israeliana, l’intesa sarebbe ancora lontana dalla definizione finale. Restano infatti da chiarire quali armamenti Hamas dovrebbe effettivamente consegnare, le modalità operative del disarmo e il destino delle infrastrutture considerate dal movimento a uso civile o “a doppio uso”.
Un altro punto delicato riguarda il futuro dell’organizzazione all’interno del nuovo assetto amministrativo della Striscia. Hamas punterebbe a ottenere garanzie per l’inserimento di migliaia di propri funzionari nella futura amministrazione civile guidata dal comitato palestinese. Fonti israeliane ribadiscono però che qualsiasi accordo dovrà essere dettagliato, verificabile e concretamente applicabile prima di poter essere approvato. Intanto i negoziati proseguono sia al Cairo sia ad Ankara, dove il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha incontrato il nuovo capo dell’ufficio politico di Hamas, Khalil al-Hayya.


