
L’Iran starebbe valutando la possibilità di estendere fino all’Europa la propria risposta militare nel caso in cui Donald Trump autorizzasse una nuova escalation del conflitto. A riportarlo è il Financial Times, che cita fonti di Teheran secondo le quali, dopo mesi di una tregua fragile e segnata da attacchi reciproci, una ripresa della guerra su vasta scala sarebbe considerata sempre più probabile.
Lo scenario rappresenterebbe un salto di livello rispetto alla strategia seguita finora. In caso di un nuovo conflitto aperto contro Stati Uniti e Israele, Teheran potrebbe infatti non limitare la propria reazione alle basi militari e alle infrastrutture strategiche presenti in Medio Oriente, ma tentare di raggiungere obiettivi più lontani.
Bulgaria e Cipro tra i possibili obiettivi
Secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, tra i possibili bersagli figurerebbero la Bulgaria e Cipro. Sofia ha approvato il mese scorso l’utilizzo della base di Bezmer per il rifornimento dei cacciabombardieri americani, mentre sull’isola mediterranea si trovano installazioni militari britanniche.
Un’altra ipotesi presa in considerazione riguarderebbe le infrastrutture sottomarine nello Stretto di Hormuz. In particolare, Teheran starebbe valutando la possibilità di colpire i cavi in fibra ottica utilizzati per le comunicazioni occidentali, aprendo così un ulteriore fronte del confronto.
Si tratta, allo stato attuale, di scenari attribuiti a fonti iraniane e non dell’annuncio di operazioni già decise. La loro diffusione assume tuttavia un peso particolare mentre i tentativi diplomatici per riaprire pienamente lo Stretto di Hormuz e arrivare a un negoziato restano in stallo.
Fino a dove possono arrivare i missili iraniani
Al centro delle valutazioni c’è anche la reale capacità dell’arsenale missilistico di Teheran. L’Iran dispone di sistemi con gittate differenti, dai missili a corto raggio fino a vettori capaci di percorrere circa 2.000 chilometri, una distanza sufficiente, a seconda del punto di lancio e del sistema impiegato, a minacciare alcune aree dell’Europa sudorientale.
È proprio questo uno dei motivi per cui gli analisti considerano la minaccia reale ma circoscritta. Colpire obiettivi europei molto più lontani rappresenterebbe una sfida differente rispetto ad attaccare installazioni militari presenti nel Golfo o nel Mediterraneo orientale.
Nei mesi scorsi Stati Uniti e Regno Unito avevano inoltre accusato Teheran di aver lanciato missili verso Diego Garcia, sede di una strategica base militare angloamericana situata a circa 4.000 chilometri dall’Iran. Teheran ha negato di essere stata responsabile di quell’attacco.
L’avvertimento delle Guardie della Rivoluzione
Il quadro diventa ancora più delicato dopo le dichiarazioni delle Guardie della Rivoluzione iraniana. In caso di una nuova guerra su larga scala, hanno avvertito, la risposta non seguirebbe necessariamente gli stessi confini geografici delle precedenti operazioni.
L’obiettivo sarebbe aumentare il costo di un eventuale intervento americano, facendo capire che le conseguenze potrebbero estendersi oltre il Medio Oriente. Un avvertimento che riguarda indirettamente anche i Paesi europei che ospitano installazioni o forze statunitensi.
La diffusione dell’indiscrezione può essere letta anche come una forma di pressione politica e deterrenza. Da una parte il messaggio sarebbe rivolto all’Europa, affinché valuti i rischi di un eventuale sostegno a una nuova offensiva; dall’altra a Washington, mentre rimane aperto lo scontro interno iraniano tra le componenti favorevoli a una trattativa e quelle che sostengono una linea più dura.
Per ora resta uno scenario. Ma con i negoziati in stallo e il livello dello scontro tra Washington e Teheran nuovamente in crescita, la possibilità che un’ulteriore escalation allarghi geograficamente il conflitto è diventata uno dei rischi al centro dell’attenzione internazionale.


