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“Ranucci a cena con Riina, allora…”. Gaia Tortora stende i grillini con queste quattro parole

Pubblicato: 26/08/2026 18:12

«Se potessi andare a cena con Totò Riina io ci andrei». È la frase pronunciata da Sigfrido Ranucci che riaccende lo scontro politico intorno al conduttore di Report e offre a Gaia Tortora l’occasione per riportare alla luce una vecchia polemica sulla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo. Il ragionamento della giornalista è costruito sul confronto tra due situazioni molto diverse, ma secondo lei rivelatrici di un doppio standard: se Ranucci rivendica il diritto-dovere del giornalista a frequentare anche personaggi compromessi per svolgere il proprio lavoro, perché una fotografia di Colosimo con l’ex Nar Luigi Ciavardini provocò una durissima campagna politica e la richiesta di dimissioni avanzata anche dal Movimento 5 Stelle?

La polemica nasce dalle dichiarazioni rilasciate da Ranucci a margine dello spettacolo Diario di un trapezista a Cerveteri. Il giornalista stava rispondendo alle domande sul suo rapporto con Valter Lavitola, l’ex direttore dell’Avanti! ed ex faccendiere già condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, oggi accusato di essere il mandante dell’attentato contro lo stesso Ranucci. Il conduttore di Report non ha rinnegato quella frequentazione, spiegandola attraverso il particolare metodo con cui concepisce il proprio mestiere.

Ranucci e il rapporto con Lavitola: «Io non sono puro»

«Rivendicare la mia amicizia con Lavitola? Io non sono puro», ha detto Ranucci. Quindi ha utilizzato un’immagine per descrivere il giornalismo d’inchiesta: «Io sono abituato a guardare le grandi città, le più belle città dalle grate di un tombino perché faccio questo».

Il senso delle parole è quello di rivendicare la necessità, per chi conduce inchieste, di entrare in contatto anche con persone controverse, frequentare ambienti opachi e ascoltare fonti che non necessariamente si condividono o si approvano. È in questo contesto che Ranucci ha pronunciato la frase destinata a suscitare le maggiori reazioni: «Se potessi andare a cena con Totò Riina io ci andrei».

Il riferimento al capo di Cosa Nostra, morto nel 2017 dopo essere stato condannato per alcuni dei più gravi delitti della storia mafiosa italiana, è evidentemente utilizzato come esempio estremo. Ranucci non sta esprimendo apprezzamento per Riina, ma sostenendo che un giornalista dovrebbe essere disposto a incontrare persino una figura del genere se ciò potesse consentirgli di ottenere informazioni. La scelta del paragone ha però immediatamente aperto un caso politico.

Gaia Tortora e il parallelo con Chiara Colosimo

Tra le prime a intervenire è stata Gaia Tortora, che su X ha utilizzato le parole di Ranucci per richiamare la vicenda di Chiara Colosimo. «Se Ranucci andrebbe a cena con Totò Riina, la Colosimo allora può fare una foto con Ciavardini e non scatenare la tempesta. O no?», ha scritto.

Al di là dell’errore grammaticale presente nel post originale, il punto politico è chiaro. Tortora mette a confronto la giustificazione data da Ranucci alle proprie frequentazioni professionali con le polemiche che accompagnarono la nomina di Colosimo alla presidenza della Commissione Antimafia.

La deputata di Fratelli d’Italia era stata contestata soprattutto per una fotografia che la ritraeva con Luigi Ciavardini, ex militante dei Nar condannato in via definitiva per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 e per altri delitti. Quell’immagine divenne uno degli argomenti utilizzati dalle opposizioni contro la sua elezione alla guida della Commissione.

Cosa ha sempre sostenuto Colosimo su Ciavardini

Chiara Colosimo ha sempre respinto la rappresentazione di un rapporto personale di amicizia con Ciavardini. La sua versione è che gli incontri siano avvenuti nell’ambito di attività legate al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, settore del quale si era occupata professionalmente e politicamente.

La presidente dell’Antimafia ha inoltre più volte preso le distanze dal passato criminale dell’ex Nar e dalle sue condanne. Ciò non impedì che la fotografia diventasse un caso nazionale, soprattutto nel momento della sua candidatura alla presidenza della Commissione.

Il Movimento 5 Stelle fu tra le forze politiche più critiche e arrivò a chiederne le dimissioni. È precisamente questo precedente che Gaia Tortora recupera oggi per contestare quella che considera un’incoerenza: una frequentazione, sostiene implicitamente, non può essere interpretata automaticamente come condivisione delle idee o delle azioni della persona incontrata soltanto quando questo principio riguarda qualcuno vicino alla propria area politica.

Due vicende diverse, ma il tema posto da Tortora è quello del doppio standard

Naturalmente i due casi non sono perfettamente sovrapponibili. Ranucci è un giornalista d’inchiesta che rivendica il rapporto con fonti e personaggi controversi come parte del proprio lavoro; Colosimo è una rappresentante politica che presiede l’organismo parlamentare chiamato a occuparsi della lotta alle mafie. Anche le figure di Riina, Ciavardini e Lavitola appartengono a vicende storiche e giudiziarie profondamente differenti.

Il punto sollevato da Tortora riguarda però un principio più generale: quanto è legittimo dedurre una vicinanza politica o morale dalla semplice esistenza di un incontro, di una fotografia o di una frequentazione? Se il contesto nel quale avviene un rapporto è determinante per giudicare Ranucci, sostiene il ragionamento della giornalista, dovrebbe esserlo anche quando si giudicano altri personaggi pubblici.

Ed è su questa contraddizione che la vicenda torna inevitabilmente a essere politica.

Fratelli d’Italia contro Ranucci: «Frase inaccettabile»

Molto più duro il giudizio arrivato da Raoul Russo, senatore di Fratelli d’Italia e capogruppo del partito nella Commissione parlamentare Antimafia. Russo non si concentra sul parallelo con Colosimo, ma direttamente sulla frase dedicata a Riina.

«Siamo di fronte all’ennesima assurdità pronunciata dal giornalista, che evidentemente dovrebbe fare un profondo esame di coscienza e rivedere il suo approccio alla professione», afferma. Secondo il senatore, Ranucci mostrerebbe «un deficit di conoscenza sugli orrori commessi dalla mafia e, in particolare, da Totò Riina».

La conclusione è netta: «Frasi come quella sul capo dei capi sono inaccettabili».

Il significato della provocazione di Ranucci

La questione centrale resta quindi il significato da attribuire alla frase. Presa isolatamente, l’idea di andare a cena con Totò Riina può apparire come una normalizzazione di uno dei più sanguinari capi mafiosi italiani. Inserita nel ragionamento completo di Ranucci, assume invece un significato diverso: il giornalista sostiene che il proprio mestiere richieda di parlare anche con le persone peggiori, se da quel confronto può emergere una notizia o una verità di interesse pubblico.

È una concezione del giornalismo d’inchiesta che porta inevitabilmente chi lo pratica a entrare in contatto con ambienti e personaggi che non sceglierebbe come frequentazioni personali. Il problema, semmai, è stabilire dove termini il rapporto con una fonte e dove cominci una relazione personale, soprattutto quando Ranucci utilizza esplicitamente la parola «amicizia» parlando di Lavitola.

Ed è proprio questa distinzione a rendere il caso meno semplice di quanto suggeriscano le contrapposizioni politiche.

Il caso Lavitola rende la vicenda ancora più delicata

La discussione sarebbe probabilmente rimasta confinata a un dibattito sul metodo giornalistico se non fosse per ciò che è accaduto nelle ultime settimane. Valter Lavitola è oggi accusato di essere il mandante dell’attentato contro Ranucci, circostanza che ha inevitabilmente riportato sotto i riflettori il rapporto tra i due.

Il giornalista non ha scelto di cancellare retroattivamente quella relazione dopo le accuse. Al contrario, ha rivendicato il fatto di avere avuto contatti con Lavitola spiegando che il suo lavoro lo porta per sua natura a frequentare personaggi controversi.

Da qui il paradosso: una persona con cui Ranucci aveva avuto rapporti è oggi accusata di avere organizzato un attentato ai suoi danni. Ed è proprio rispondendo alle domande su questa vicenda che il conduttore di Report ha evocato l’esempio estremo di Riina.

Una polemica che torna a interrogare politica e giornalismo

Il post di Gaia Tortora sposta però il confronto su un terreno più ampio. Se incontrare qualcuno non significa condividerne le idee o approvarne la storia, il principio dovrebbe essere applicato con criteri coerenti indipendentemente dal protagonista del momento.

Allo stesso tempo, ruolo, contesto e natura del rapporto restano indispensabili per valutare ogni singolo caso. Una cena organizzata da un giornalista per intervistare una fonte, una fotografia scattata nell’ambito di un progetto di reinserimento e un rapporto personale di amicizia non sono automaticamente la stessa cosa.

È precisamente questa zona grigia che rende efficace la provocazione di Tortora. La sua domanda non dimostra che i casi Ranucci e Colosimo siano identici. Obbliga però chi aveva giudicato l’uno o l’altro a spiegare quale criterio utilizzi per distinguere una frequentazione legittima da una vicinanza politicamente o moralmente compromettente. E dopo la frase di Ranucci su Totò Riina, quella discussione è inevitabilmente tornata aperta.

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Ultimo Aggiornamento: 26/08/2026 18:13

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