
Quando le minacce all’informazione libera e al giornalismo d’inchiesta superano il livello di guardia, la risposta delle istituzioni giudiziarie diventa un segnale fondamentale per la tenuta democratica. La delicatezza delle indagini su episodi di gravissima intimidazione impone una fermezza senza incertezze, specie di fronte a strategie investigative tese a ricostruire ruoli, responsabilità e ramificazioni di azioni violente. Tra aule di tribunale, pareri della procura e decisioni cruciali dei giudici per le indagini preliminari, l’attenzione resta altissima su una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica, confermando la linea del rigore assoluto nei confronti di chi si rende protagonista di simili intimidazioni.
Restano in carcere due degli arrestati per l’attentato a Sigfrido Ranucci: Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, considerati dagli inquirenti tra gli esecutori materiali dell’azione dinamitarda nei confronti del giornalista. Il gip di Romaha respinto la richiesta degli avvocati, che avevano depositato nei giorni scorsi un’istanza di attenuazione della pena per i loro due assistiti, puntando ai domiciliari.
La decisione del gip e il parere della Procura
Prima del giudizio espresso dal gip di Roma, era stata la Procura di Roma a fornire un parere negativo, insistendo con decisione sulla necessità della custodia cautelare in carcere per i due indagati. La fermezza dei magistrati capitolini ribadisce la gravità dei fatti contestati a Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello nell’ambito dell’intimidazione subita da Sigfrido Ranucci, mantenendo gli indagati dietro le sbarre mentre le indagini proseguono per chiarire ogni dettaglio dell’attacco.

