
Quando i riflettori dei media tornano ad accendersi su uno dei casi di cronaca giudiziaria più controversi e discussi degli ultimi decenni, le parole pronunciate dai protagonisti diretti finiscono per riaprire interrogativi mai sopiti nell’opinione pubblica. Tra aule di tribunale, perizie scientifiche contestate e lunghi iter processuali che hanno segnato la storia recente della giustizia, il confine tra la rigida valutazione tecnica delle carte e l’intuizione personale si fa sempre più sottile. Nuove dichiarazioni pubbliche rimettono in discussione le certezze del passato, evidenziando come il trascorrere degli anni e l’evoluzione dei rapporti umani possano trasformare un semplice dubbio professionale in una incrollabile e profonda convinzione interiore.
«Oggi posso dire che sono sicura della sua innocenza». Sono le parole pronunciate dall’avvocata Giada Bocellari, legale di Alberto Stasi, nel corso della trasmissione “Verità Nascoste” condotta da Milo Infante. L’avvocata, ospite del programma, ha raccontato l’evoluzione della propria convinzione, spiegando come il suo convincimento sia passato attraverso fasi molto differenti: dalla rigorosa valutazione tecnica degli atti fino alla certezza personale e assoluta sulla non colpevolezza del suo assistito nel delitto di Garlasco.
Dalla valutazione tecnica degli atti alla convinzione personale
Giada Bocellari ha spiegato come la propria posizione sia maturata nel tempo, partendo innanzitutto dall’analisi degli atti e degli elementi raccolti nel procedimento giudiziario. «Il primo passaggio era che non ci fossero elementi per ritenere che lui fosse colpevole», ha dichiarato la penalista, sottolineando però la differenza tra l’assenza di prove sufficienti e l’affermazione dell’innocenza: «Questo non significa necessariamente che sia innocente: è una distinzione sottile». Secondo l’avvocata, la conclusione iniziale era dunque di carattere strettamente tecnico.
Dopo avere studiato i fascicoli e letto le carte processuali, Bocellari riteneva che non esistessero prove adeguate ad attribuire con certezza la responsabilità a Stasi. «La conclusione che avevo tratto era questa: se è stato lui, non ci sono le prove. E quindi, dal punto di vista tecnico, devi assolvere», ha spiegato. Con il passare degli anni, tuttavia, alla valutazione professionale si sarebbe aggiunta anche una conoscenza più approfondita del suo assistito. Un rapporto umano e personale che, secondo la penalista, avrebbe contribuito a rafforzare la sua convinzione. «Negli anni la conoscenza, naturalmente anche umana e personale, ti porta a ritenere, per tante altre ragioni, che sia innocente», ha affermato la legale. «Siamo tutti esseri umani e abbiamo le nostre sensazioni e impressioni. Per questo oggi posso dire che credo nella sua innocenza, anzi, che sono sicura della sua innocenza».


