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“Non se ne sono accorti”. Quel dolore, poi la tragedia in ospedale: cos’aveva, atroce

Pubblicato: 18/09/2026 13:46

Ci sono pomeriggi in cui la solitudine delle corsie ospedaliere sembra avvolgere ogni cosa in un silenzio ovattato, interrotto soltanto dal bip regolare dei macchinari e dal calpestio leggero dei passi lungo i corridoi. Per chi si trova allettato in una stanza d’ospedale, ogni minuto trascorre lento, scandito dall’attesa di un miglioramento, da una parola di conforto o dal semplice affievolirsi di un malessere. È in quella dimensione di sospensione e vulnerabilità che ci si affida completamente alle mani e alle decisioni di chi ha fatto della cura della vita la propria missione professionale, sperando che ogni piccolo segnale del corpo venga colto e interpretato in tempo.

Tuttavia, esistono situazioni in cui quella fiducia riposta nel sistema sanitario si scontra con l’incomprensibile evolversi di un dolore che non trova ascolto né risposta adeguata. Un malessere strisciante che parte come un fastidio sordo, per poi trasformarsi gradualmente in un tormento intollerabile, fino a spegnere ogni resistenza fisica. Quando una degenza iniziata per risolvere un disturbo di routine sfocia improvvisamente in una tragedia irreversibile, il dolore dei cari si trasforma inevitabilmente in un bisogno disperato di giustizia, spingendo a chiedere conto di ogni singola scelta, di ogni omissione e di ogni diagnosi mancata.
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L’inchiesta della magistratura friulana

A dover fare piena luce su una vicenda che presenta ancora troppi lati oscuri sarà un’inchiesta della Procura di Pordenone, aperta a seguito del drammatico decesso di una donna di 66 anni. La paziente è deceduta a causa delle gravissime complicazioni derivanti da una perforazione dell’intestino, una lesione di cui nessun sanitario si sarebbe accorto durante il periodo di degenza. A far scattare le indagini è stata la formale denuncia dei familiari, determinati a comprendere se un intervento medico più tempestivo ed efficace avrebbe potuto evitare il tragico epilogo.

Dal ricovero all’insorgere dei primi sintomi

I fatti finiti al vaglio degli inquirenti risalgono allo scorso mese di luglio. La donna, una sessantaseienne residente nel comune di Valvasone, si era recata presso il Policlinico San Giorgio di Pordenone per sottoporsi alle cure necessarie a risolvere alcuni problemi ortopedici. Tuttavia, durante la permanenza all’interno della struttura, il quadro clinico della paziente ha iniziato a peggiorare drasticamente a causa della comparsa di dolori all’addome via via più intensi e lancinanti, culminati persino in uno svenimento.

Di fronte all’insorgere di sintomi così evidenti, i sanitari del reparto hanno disposto l’esecuzione di un esame radiografico. Ciononostante, dal referto dell’accertamento diagnostico il personale in servizio non avrebbe intuito l’effettiva gravità del quadro clinico in atto.

Il mancato riscontro e il tragico epilogo

Nonostante la radiografia evidenziasse elementi indicativi di una possibile perforazione intestinale, la demente è rimasta per diversi giorni senza ricevere le terapie specifiche per contrastare la lesione. Con il passare delle ore, l’assenza di un trattamento idoneo ha causato un inevitabile e gravissimo aggravamento dei sintomi.

Soltanto quando la situazione si è rivelata ormai disperata, è stato organizzato un trasferimento d’urgenza della paziente presso l’ospedale di San Vito al Tagliamento. Un tentativo di corsa contro il tempo che si è rivelato purtroppo vano: la donna si è spenta il successivo 21 luglio.

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L’autopsia e i medici indagati

Per chiarire l’eventuale sussistenza di una condotta colposa nella gestione complessiva della degenza, la Procura ha disposto la riesumazione della salma per poter eseguire l’esame autoptico. Nel registro degli indagati sono stati iscritti i nomi di due professionisti del presidio ospedale che hanno avuto in cura la sessantaseienne: un chirurgo ortopedico e un anestesista.

L’iscrizione dei due sanitari costituisce al momento un atto dovuto, necessario per consentire loro di esercitare il diritto di difesa mediante la nomina di un consulente di parte durante l’accertamento medico-legale irripetibile. Solo gli esiti dell’autopsia potranno stabilire con certezza quanto la lesione abbia inciso sul decesso e se una diagnosi precoce avrebbe potuto salvare la vita alla donna.

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