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Roma cialtrona

Pubblicato: 18/09/2026 10:53

“Ve sto a regalà er bollo auto”. Non è il Califfo, al secolo Franco Califano. Questa è la trovata geniale del governo per un paese deluso, sconcertato e confuso, ed in preda alla pandemia Vannacci. L’altra notizia dalla capitale è la suburra intorno alla Lazio di Lotito, con immancabile inchiesta nel mondo di mezzo tra affari e canea delle curve. Ieri sera pertanto ho iniziato a vedere, fino a quel momento mi ero astenuto, una serie di 10 anni fa, Suburra, di Michele Placido tratta dallo scrittore Giancarlo De Cataldo. Da questa fiction si vede chiaro tutta quella infima e cialtronesca matassa che poi regolarmente affiora tra ratti e rifiuti del Tevere. Gli scandali economici vaticani, sempre registrati dai tempi di Marcinkus che tornano costantemente come il reflusso esofageo, i vari clan alla Senese e Casamonica, tra mafie e zingari, camorre e cocaina, la curiale e sordida gestione del potere politico tra comarche, terre di mezzo e amichettismo.


Tutto questo è Roma, città tra le più belle e conosciute al mondo, non più impero ma pantano maleodorante. Ma se questo fosse limitato a lei sarebbe un cancro grosso ma limitato, se non asportabile almeno contingentabile. Solo che la cultura, o subcultura, romana oggi gestisce l’intero campo della politica italiana. Prima la vecchia Lega diceva Roma ladrona, considerando l’accentramento di potere, e connessa finanza, della capitale. Oggi potremmo dire, tra bistecche italiche e scandali calcistici, Roma cialtrona. Prima di oggi per tutti Senese era un jazzista afro napoletano, oggi di Napoli mantiene solo il rapporto con la camorra affaristica, ma senza la musica che accompagnava Pino Daniele.

Sia il centrodestra, con le sorelle romane de Roma Meloni, underdog della Garbatella, con un padre, di cui non hanno colpa, in commercio guarda caso con i Senese, che il centrosinistra, con il compagno asiatico e aristocratico Goffredo Bettini, amico di tanti e mentore di tutti, Rutelli e Veltroni in primis, e dei loro successori fino al più fulgido leader del progressismo, che nessuno sa cosa sia, Giuseppe Conte.
Meloni con il suo melonellum vuole continuare a gestire l’Italia, anche con Vannacci a questo punto, se la sua norma diverrà legge elettorale, col suo nome, incostituzionale, sulla scheda. Bettini si limita invece a gestire il campo largo tramite le primarie, rinforzando l’avvocato Conte, uno che ha scoperto la politica a 50 anni passati, con le truppe cammellate romane e siciliane di Onorato.

Milano oggi non è più certamente capitale morale, dopo tangentopoli e la morte di Carlo Maria Martini, ma non sempre l’Italia del dopoguerra è stata governata da Roma suburra. Certo c’era Andreotti, ma lui teneva a bada, cercando di governarli, e non farsi governare, i flussi ambigui e oscuri di Roma. Moro era pugliese, Fanfani toscano, Rumor e Piccoli del triveneto, Craxi siculo-milanese. Le culture politiche che hanno fatto crescere l’Italia erano di altre origini e consuetudini, Andreotti era l’obolo di San Pietro, ma sempre controllato proporzionalmente dagli altri. Ci sarebbero altre culture politiche in Italia, modelli differenti, dalla Reggio Emilia di Graziano Del Rio, all’Umbria della cattolica Stefania Proietti, alla Puglia del votatissimo De Caro, fino alla Napoli della Federico II di Manfredi sindaco. Ci sono altri mondi ed esempi di gestione politica, lo fu di recente la Firenze di Renzi, con Giuliano da Empoli alla cultura.

Ma oggi tutto è in mano a Roma, dai vertici delle società di Stato ai ministeri più importanti. E la Roma sordida, borgatara, tra locali di dubbio gusto e frequentazione, che nulla hanno a che vedere con la desueta Dolce vita felliniana, hanno proprietari con cui non vorreste sposare le vostre figlie, a meno che non siete la Chanel di Gomorra, ma con cui vice ministri e sottosegretari hanno compartecipazioni. La Suburra di Borghi e Gerini della fiction è quasi soft e moderata rispetto alla realtà. E prossimamente uno dei figli illustri di quella terra di mezzo si prepara a riprendere il potere, dietro alla nuova marcia su Roma del Generale Vannacci, al grido “Ce piiamo quello che è nostro”.

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