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Mediaset trascina Corona in tribunale, causa ultra milionaria: “Tutti uniti contro di lui”

Pubblicato: 21/09/2026 17:10

Il gruppo Mediaset ha intrapreso una massiccia e storica azione legale nei confronti di Fabrizio Corona, chiamandolo a rispondere in sede civile per una serie di accuse e insinuazioni ritenute gravemente diffamatorie. La vicenda giudiziaria ruota attorno ai contenuti diffusi nel corso della puntata del format intitolato Falsissimo, andata in onda lo scorso 26 gennaio, la quale avrebbe scatenato una pesante ondata di conseguenze reputazionali ed economiche per i volti noti della televisione italiana coinvolti. Tra i firmatari e i promotori dell’iniziativa figurano non soltanto i vertici aziendali Marina e Pier Silvio Berlusconi, ma anche alcune delle figure di spicco del palinsesto Mediaset come Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui. Secondo l’impostazione accusatoria, la condotta tenuta da Corona avrebbe travalicato ogni limite della corretta informazione e del diritto di critica, trasformandosi in una campagna sistematica di aggressione verbale e mediatica finalizzata unicamente a colpire la dignità personale e professionale dei soggetti presi di mira. Il quantum richiesto a titolo risarcitorio dai ricorrenti ammonta alla cifra record di 160 milioni di euro, un importo che testimonia la gravità del danno patrimoniale e d’immagine lamentato dai legali del gruppo televisivo. L’appuntamento cruciale per le sorti di questa controversia è fissato per il prossimo 20 ottobre, data in cui si terrà l’udienza davanti alla giudice Stefania Novelli presso il Tribunale civile di Milano, chiamata a valutare le argomentazioni prodotte dalle parti in causa e a emettere le prime determinazioni su una controversia destinata a fare discutere a lungo l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori del settore televisivo e giornalistico.

Le motivazioni dei legali

All’interno della corposa documentazione depositata sul tavolo della giudice figura una dettagliata memoria difensiva redatta dal collegio di avvocati che assiste il gruppo Mediaset, composto da professionisti di altissimo livello come Salvatore Pino, Aldo Baldaccini, Giulia Bongiorno e il professor Andrea Di Porto. Nel testo del documento viene tracciato un profilo severo e intransigente dell’operato di Fabrizio Corona, il quale viene descritto come un soggetto che si pone deliberatamente al di fuori di qualsiasi contesto regolamentato, risultando completamente svincolato da ogni regola di natura etica e deontologica. I legali pongono l’accento sul fatto che a Corona non possa essere riconosciuta in alcun modo la qualifica professionale di giornalista, elemento che escluderebbe l’applicazione delle tutele costituzionali previste per l’esercizio legittimo della libertà di stampa. Secondo la prospettazione accusatoria, le affermazioni veicolate nel corso della puntata incriminata non contenevano alcuna traccia di quel doveroso uso del dubbio, dei verbi al condizionale o di espressioni improntate alla continenza formale e sostanziale che la difesa di Corona avrebbe successivamente cercato di introdurre in giudizio per attenuare la portata offensiva delle frasi pronunciate. Gli avvocati sostengono che il tentativo di edulcorare il tenore delle dichiarazioni attraverso una rilettura riduttiva in sede processuale non corrisponda minimamente alla realtà dei fatti e alla gravità delle insinuazioni lanciate in modo perentorio durante la trasmissione.

La natura delle accuse mosse

Il nucleo centrale della contestazione giudiziaria riguarda la modalità attraverso cui Fabrizio Corona avrebbe spacciato per verità assoluta e incontestabile una serie di presunti segreti e insinuazioni gravemente lesive della reputazione altrui. Nella memoria di parte civile viene evidenziato come il suddetto podcast non abbia rappresentato un episodio isolato, ma si sia inserito in una più ampia strategia commerciale e comunicativa che ha trovato ulteriori sviluppi nella realizzazione di uno spettacolo teatrale itinerante. Attraverso questi diversi canali di diffusione, le accuse originarie sarebbero state alimentate e riprodotte costantemente, generando un clima di forte ostilità all’interno del tessuto social. La strategia difensiva di Mediaset rimarca come questo meccanismo abbia alimentato un vero e proprio odio collettivo, caratterizzato dalla medesima aggressività verbale e dalla stessa prepotenza comunicativa riscontrata in partenza. L’accusa principale consiste nell’aver costruito accuse prive di qualsiasi riscontro fattuale, fondate sul nulla, ma presentate al pubblico con una tale forza persuasiva e distorsiva da pregiudicare in modo permanente la percezione pubblica dei personaggi coinvolti. Gli avvocati sottolineano che la reiterazione sistematica di queste condotte ha trasformato la polemica mediatica in un fenomeno di persecuzione digitale, i cui effetti negativi continuano a propagarsi senza sosta attraverso le piattaforme di condivisione online, imponendo una ferma reazione da parte delle istituzioni giudiziarie per ristabilire il rispetto delle regole fondamentali della convivenza civile e della tutela della persona.

La destinazione dei fondi risarcitori

Un aspetto di particolare rilievo sociale ed etico che caratterizza questa imponente causa civile riguarda la destinazione finale delle somme che eventualmente il giudice dovesse riconoscere a titolo di risarcimento del danno in favore del gruppo Mediaset e dei singoli professionisti danneggiati. Già nelle fasi immediatamente successive alla diffusione della puntata contestata, i vertici aziendali avevano annunciato pubblicamente la ferma intenzione di non trattenere per sé alcun provento derivante da un’eventuale vittoria nelle aule giudiziarie. L’intero ricavato del risarcimento economico sarà infatti devoluto integralmente alla creazione di uno speciale fondo di solidarietà e sostegno, pensato specificamente per coprire le spese di assistenza legale delle persone che si trovano a fronteggiare situazioni drammatiche. Tale fondo economico offrirà un supporto concreto alle vittime di stalking, ai soggetti coinvolti nei reati che rientrano nelle tutele previste dal cosiddetto codice rosso, e a chiunque subisca le conseguenze devastanti dei fenomeni di cyberbullismo e violenza digitale. Questa scelta di campo da parte di Mediaset e dei personaggi coinvolti conferisce alla vertenza giudiziaria una valenza simbolica di ampio respiro, trasformando una controversia nata per tutelare la reputazione individuale in un’occasione concreta di contrasto alle derive più pericolose della comunicazione moderna. La costituzione del fondo rappresenta un segnale forte indirizzato all’intero panorama mediatico, ribadendo la necessità di coniugare la tutela della dignità personale con la promozione di iniziative di utilità sociale destinate a proteggere le fasce più deboli e vulnerabili della collettività esposte alle angherie della rete.

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