
Esistono organismi capaci di vivere per secoli, altri per migliaia di anni e alcuni che, almeno in determinate condizioni, sembrano poter sfuggire del tutto all’invecchiamento. Non si tratta soltanto di curiosità biologiche: capire come queste specie riescano a mantenersi vitali così a lungo potrebbe offrire indicazioni importanti anche sul funzionamento dell’invecchiamento umano. Una nuova ricerca ha passato in rassegna 101 specie multicellulari eccezionalmente longeve per individuare i meccanismi comuni alla base di questa straordinaria capacità.
Tra gli organismi più sorprendenti ci sono la planaria d’acqua dolce Schmidtea mediterranea e la celebre medusa Turritopsis dohrnii, spesso definita “immortale” per la sua capacità di tornare a uno stadio precedente del proprio sviluppo. Lo studio ha preso in considerazione specie con una durata massima della vita di almeno 250 anni: 90 piante e 11 animali. In alcuni casi, la longevità può estendersi per migliaia o persino decine di migliaia di anni.

I meccanismi che proteggono dall’invecchiamento
La ricerca, condotta da Stefania E. Kapsetaki e Nektarios Tavernarakis, ha analizzato diversi livelli biologici, dalla genetica al metabolismo, passando per la rigenerazione cellulare, la risposta allo stress e i meccanismi di difesa contro il cancro. Il risultato è che la longevità estrema non sembra dipendere da una singola caratteristica, ma da un insieme di processi che lavorano contemporaneamente.
Tra gli elementi ricorrenti emergono soprattutto una più efficace protezione del DNA, una maggiore capacità di riparare i danni cellulari, la conservazione delle cellule staminali, la resistenza allo stress ossidativo e una migliore regolazione delle proteine. A questi si aggiungono meccanismi capaci di limitare la proliferazione incontrollata delle cellule e quindi di ridurre il rischio di tumori.
La rigenerazione appare particolarmente importante. L’Hydra magnipapillata, un piccolo polipo d’acqua dolce, rinnova continuamente le proprie cellule e, in un ambiente controllato e privo di minacce esterne, potrebbe teoricamente vivere per migliaia di anni. La Turritopsis dohrnii riesce invece a invertire il proprio ciclo vitale, tornando da uno stadio adulto a una fase giovanile. Anche alcune piante estremamente longeve, come il Ginkgo biloba, sembrano riuscire a conservare più a lungo la capacità delle proprie cellule di rigenerarsi.
Il ruolo decisivo delle difese contro i tumori
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la resistenza al cancro. In teoria, una vita molto lunga e un elevato numero di divisioni cellulari dovrebbero aumentare la probabilità di sviluppare mutazioni pericolose. Eppure in diverse specie longeve i tumori risultano particolarmente rari.
Le planarie, per esempio, uniscono una capacità rigenerativa eccezionale a sistemi molto efficienti di riparazione del DNA e di controllo della divisione cellulare. È proprio questa combinazione che potrebbe spiegare come riescano a sostituire continuamente i tessuti senza accumulare danni incompatibili con una lunga sopravvivenza.
Gli studiosi avvertono però che la longevità non può essere spiegata soltanto osservando i geni. Anche l’ambiente svolge un ruolo determinante: temperatura, disponibilità di risorse, predatori, pressione ecologica e condizioni esterne possono interagire con i processi molecolari nel corso dell’evoluzione. Non esiste quindi una singola condizione ambientale capace di garantire una vita eccezionalmente lunga in tutte le specie.
Il quadro che emerge è quello di un sistema complesso. Non esiste un unico “gene dell’immortalità”, ma una rete di difese biologiche che consente ad alcuni organismi di rallentare o aggirare diversi processi tipici dell’invecchiamento. Protezione del patrimonio genetico, rigenerazione, controllo dello stress cellulare e prevenzione dei tumori sembrano essere i pilastri principali.
Studiare questi animali e queste piante non significa dunque soltanto cercare il segreto di una vita infinita. Significa soprattutto capire meglio perché le cellule invecchiano, come accumulano danni e quali meccanismi potrebbero, in futuro, aiutare a prolungare non semplicemente la durata della vita umana, ma soprattutto gli anni trascorsi in buona salute.


