
Sigfrido Ranucci alza il livello dello scontro dopo le dichiarazioni andate in onda a Filorosso, il programma di Rai3 condotto da Antonino Monteleone. In un lungo intervento sui social, l’ex conduttore di Report contesta duramente le ricostruzioni fatte da Alberto Nerazzini, dal commercialista e già consulente della trasmissione Gian Gaetano Bellavia e dall’inviato di Report e opinionista di Di Martedì Giorgio Mottola. Ranucci parla di «falsità» sul proprio operato e interviene mentre attende la decisione del Tribunale del lavoro di Roma sulla richiesta di reintegro urgente alla guida della trasmissione d’inchiesta. Sullo sfondo restano anche le indiscrezioni, riferite dal Corriere della Sera, sui presunti malumori interni alla redazione in vista di un eventuale ritorno.
Nel mirino di Ranucci finisce innanzitutto Alberto Nerazzini, che avrebbe sostenuto di aver subito la censura di tre proprie inchieste. L’ex conduttore respinge categoricamente l’accusa: «Quanto afferma Nerazzini è falso», scrive, rivendicando la libertà editoriale di Report e ricordando che la trasmissione ha realizzato negli anni inchieste anche sulla sinistra. Ranucci sostiene di non aver mai censurato il lavoro degli inviati e di aver, al contrario, difeso i loro servizi indipendentemente dal partito o dall’area politica coinvolta.

L’ex conduttore entra quindi nel merito di due delle vicende richiamate da Nerazzini. Nel primo caso, relativo a un’inchiesta sulle dinamiche legate a una palazzina milanese, Ranucci spiega di non aver acquistato il lavoro perché, a suo dire, la Rai lo aveva già pagato nell’ambito di un contratto. Una decisione che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe tutelato sia l’azienda sia il giornalista. «Di questo ho prove e testimonianze», afferma. Il secondo episodio riguarda invece un’inchiesta su alcuni istituti religiosi: Ranucci sostiene di essersi rifiutato di attribuire alla Procura di Milano la scelta di non contestare ai frati il reato di autoriciclaggio, perché all’epoca dei fatti quel reato non era ancora previsto dal codice penale. Ricorda inoltre che i frati furono assolti dal Tribunale di Milano il 17 maggio 2019, con sentenza n. 6368/2019, poi divenuta definitiva.
A essere chiamato in causa è anche Giorgio Mottola, in particolare per il tema del doppio ruolo di autore e conduttore ricoperto da Ranucci. L’ex direttore di Report respinge le perplessità ricordando il precedente di Milena Gabanelli, che per vent’anni avrebbe svolto un ruolo analogo. Ranucci contesta inoltre il riferimento a una direttiva dell’ex direttore generale Rai Luigi Gubitosi, che avrebbe impedito a un direttore di autoassegnarsi la conduzione. Secondo la sua versione, quella disposizione era pensata per evitare che un dirigente potesse sfruttare il proprio ruolo per ottenere vantaggi economici.
Ranucci ricostruisce quindi la propria nomina alla conduzione. Spiega di essere stato scelto nel 2016 dalla direttrice di Rai3 Daria Bignardi e, successivamente, nel 2020 da Franco Di Mare, allora vicedirettore ad personam. Un incarico che, sottolinea, sarebbe stato svolto gratuitamente e senza alcuna indennità. L’ex conduttore sostiene inoltre che Mottola abbia continuato a lavorare senza limitazioni per Report, realizzando anche inchieste che, secondo la sua ricostruzione, gli avrebbero procurato duri attacchi politici.
Sul fronte economico, Ranucci contesta anche eventuali ricostruzioni sul trattamento riservato a Mottola. Nel suo intervento sostiene che l’inviato sarebbe arrivato a percepire circa 330 mila euro l’anno per la vendita delle proprie inchieste, cifra che, nella ricostruzione di Ranucci, comprenderebbe anche costi di montaggio e trasferte. «La cifra più alta tra tutti gli inviati», afferma l’ex conduttore, aggiungendo che proprio questo dimostrerebbe, a suo dire, l’assenza di condizionamenti nei confronti del giornalista.
Nel lungo post trova spazio anche Gian Gaetano Bellavia e il cosiddetto caso Lavitola. Ranucci riferisce che Bellavia avrebbe chiesto a Mottola di realizzare un’inchiesta su di lui una volta chiarita la vicenda. «Ben venga», replica l’ex conduttore, che richiama quindi le intercettazioni contenute negli atti dell’inchiesta sull’attentato da lui subito. Nella sua ricostruzione, quei documenti dimostrerebbero anche l’impegno profuso per difendere Bellavia e il suo spazio dalle accuse di spionaggio pubblicate da alcuni giornali riconducibili alla famiglia Angelucci e rilanciate, in trasmissione, anche da Luca Barbareschi.
Ranucci sostiene inoltre di essersi battuto affinché venisse realizzata un’inchiesta completa sul caso Bellavia, respingendo così l’idea di aver ostacolato approfondimenti sul consulente della trasmissione. Il tutto si inserisce in una fase particolarmente delicata per Report, segnata dalla battaglia giudiziaria sul possibile ritorno di Ranucci alla conduzione e dalle discussioni interne alla redazione. Le dichiarazioni dell’ex conduttore rappresentano dunque una replica alle ricostruzioni ascoltate a Filorosso, ma riaccendono anche il confronto pubblico sul suo rapporto con gli inviati e collaboratori storici della trasmissione.
La risposta di Giorgio Mottola non si è fatta attendere. Interpellato dall’Ansa, l’inviato di Report ha scelto però di non proseguire lo scontro a distanza. «Per rispetto della lunga e gloriosa storia di Report, non mi farò trascinare in una lotta nel fango», ha dichiarato. Una frase che chiude, almeno per il momento, il botta e risposta nato dopo la puntata di Filorosso, mentre resta aperta la partita sul futuro di Ranucci e della storica trasmissione d’inchiesta di Rai3.


