
Definito il capitolo della legge elettorale, le forze politiche proiettano ormai lo sguardo direttamente sulla data delle prossime consultazioni. Nella percezione diffusa dei palazzi romani la legislatura ha ormai imboccato il suo viale di tramonto e le redini del calendario sono saldamente nelle mani del centrodestra, dove però le posizioni interne restano profondamente divaganti e prive di un’intesa unanime.
La linea di Fratelli d’Italia punta decisa a un ritorno alle urne entro la primavera. Una posizione espressa chiaramente dal capogruppo al Senato Lucio Malan, ribadita dal ministro Luca Ciriani e confermata dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che individua nel mese di giugno il momento ideale per “tornare alla normalità”.
Le spaccature nella maggioranza e la corsa nei collegi
Un’ipotesi che incontra la netta contrarietà dell’ala moderata. “Fazzolari ha le sue idee, per noi si deve andare a votare a fine legislatura”, ha immediatamente rimarcato il segretario di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani, ponendosi in aperta contrapposizione con l’accelerazione dei meloniani. Sulla stessa lunghezza d’onda si posiziona la Lega: l’obiettivo di via Bellerio è completare il quinquennio per condurre in porto l’autonomia differenziata. Per Matteo Salvini garantire l’approvazione del provvedimento significherebbe incassare la propria fondamentale battaglia identitaria, specie alla luce delle battute d’arresto subite dal premierato voluto da Giorgia Meloni e dalla riforma della giustizia promossa da Tajani. Per questa ragione, all’interno del Carroccio si guarda con profonda preoccupazione all’eventualità di un voto anticipato a marzo, finestra temporale ritenuta del tutto insufficiente per ratificare in Aula le intese regionali.
Mentre le tensioni politiche restano alte — alimentate anche dai duri attacchi delle opposizioni, con la segretaria dem Elly Schlein che ha bocciato la nuova normativa bollandola come «incostituzionale» e ribadendo che «la novità siamo noi», e Giuseppe Conte che ha incalzato la maggioranza affermando «sappiamo con chi stare» — la classe parlamentare si è già proiettata sulla nuova geografia dei collegi.
Con l’introduzione delle preferenze, l’attività d’Aula rischia di subire un repentino svuotamento in favore della presenza sui territori. A fotografare con concretezza l’aria che si respira tra le banchine delle Camere è il capogruppo leghista Riccardo Molinari, che sintetizza così lo scenario imminente: “Temo che in Parlamento non si vedrà più nessuno”. I giochi sono ormai aperti e la macchina elettorale si è definitivamente messa in moto.


