
La ricina ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita, ma è stato davvero qualcuno ad avvelenarle? È l’interrogativo che torna al centro del giallo di Pietracatella, in provincia di Campobasso, dopo le dichiarazioni degli esperti che hanno analizzato le cause della morte delle due vittime. La certezza scientifica riguarda l’intossicazione acuta provocata dalla potentissima tossina, mentre resta da dimostrare se l’avvelenamento sia stato accidentale oppure provocato intenzionalmente da una terza persona. Una distinzione sulla quale interviene anche Antonio Di Pietro, ex magistrato simbolo dell’inchiesta Mani Pulite, che invita alla prudenza: «È anzitempo dire che sia stato un omicidio volontario». La Procura di Larino, tuttavia, continua a indagare per duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze velenose, pur senza aver individuato finora alcun indagato.
Di Pietro sul caso Pietracatella: «Provare l’omicidio è come attraversare lo Stretto sul ponte ancora da fare»
A sollevare il problema della qualificazione giuridica delle due morti è stato Antonio Di Pietro, intervenuto in un’intervista al Corriere della Sera.
L’ex pubblico ministero ha sottolineato come l’accertamento della causa del decesso non equivalga automaticamente alla dimostrazione di un delitto.
«Abbiamo un’evidenza scientifica: un’intossicazione da ricina, ma provare che si tratti di omicidio è come attraversare lo stretto di Messina sul ponte ancora da fare».
Una metafora con cui Di Pietro evidenzia la distanza tra ciò che è stato scientificamente dimostrato e ciò che deve ancora essere accertato dagli investigatori.
«È anzitempo dire che sia stato un omicidio volontario», ha aggiunto.
Il punto, secondo l’ex magistrato, è che prima ancora di individuare un eventuale responsabile occorre dimostrare che la morte delle due donne sia stata provocata da un’azione volontaria.
Gli esperti: «Non sappiamo se l’avvelenamento sia stato accidentale o provocato da terzi»
A rendere ancora più complesso il quadro sono le dichiarazioni degli specialisti che hanno lavorato agli accertamenti scientifici.
Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, e Benedetta Pia De Luca, medico legale che ha eseguito le autopsie, hanno confermato che gli esami hanno dimostrato un’intossicazione acuta da ricina.
Non è stato però possibile ricostruire con certezza come la sostanza sia entrata nell’organismo delle vittime e, soprattutto, se sia stata assunta accidentalmente oppure somministrata da qualcuno.
«Non abbiamo elementi per capire se si tratta di un avvelenamento accidentale oppure dovuto a terzi», ha spiegato De Luca.
Sulla stessa linea Locatelli: «Io non so neanche cosa dire se questo è accidentale, volontario o altro».
Le analisi, dunque, hanno permesso di individuare la sostanza responsabile delle morti, ma non di stabilire le circostanze che hanno determinato l’esposizione alla tossina.
Una differenza decisiva dal punto di vista investigativo: la presenza di ricina nell’organismo non costituisce, da sola, la prova che qualcuno abbia deliberatamente avvelenato le vittime.
La Procura di Larino continua a indagare per duplice omicidio
Nonostante le cautele espresse dagli esperti, l’impostazione dell’inchiesta non è cambiata.
La Procura di Larino, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, mantiene aperto il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico, a carico di ignoti.
L’indagine, avviata all’inizio di aprile, non ha ancora portato all’iscrizione di persone nel registro degli indagati.
La procuratrice ha spiegato che gli investigatori stanno raccogliendo elementi «su tutte le piste possibili», compresa quella di un avvelenamento accidentale.
Quest’ultima eventualità, tuttavia, viene considerata dalla magistratura «la più improbabile».
Una valutazione che non coincide con le conclusioni degli esperti medico-legali, i quali hanno precisato di non poter distinguere, sulla base dei soli risultati scientifici, tra un’assunzione accidentale e un avvelenamento provocato da terzi.
Resta quindi da capire quali ulteriori elementi investigativi abbiano portato la Procura a ritenere meno plausibile l’ipotesi dell’incidente.
Duecento persone ascoltate, ma nessun indagato
Nel corso dei mesi gli investigatori hanno ascoltato circa duecento persone, cercando di ricostruire le ultime ore di vita di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, le loro abitudini, i rapporti personali e gli eventuali contatti precedenti alla tragedia.
Alcuni testimoni sono stati convocati più volte.
Tra le persone ascoltate figurano Gianni Di Vita, il sacerdote, l’insegnante, alcune cugine delle vittime e altri conoscenti.
Si tratta di audizioni finalizzate a raccogliere informazioni e chiarire eventuali circostanze ancora oscure, senza che questo comporti automaticamente sospetti o responsabilità nei confronti delle persone sentite.
Anche su questo punto Di Pietro invita a evitare conclusioni affrettate.
«Tutte persone informate sui fatti, vuol dire che non è sciolto ancora il nodo dell’ipotesi delittuosa», ha osservato.
L’ex magistrato ha inoltre respinto l’idea di rappresentare Pietracatella come una comunità caratterizzata da omertà o comportamenti assimilabili a quelli mafiosi. Descrivere il paese come un ambiente «paramafioso», ha affermato, sarebbe una «capriola che non esiste».
Come è stata assunta la ricina? Il mistero della cena del 23 dicembre
Uno dei principali interrogativi riguarda ancora la modalità con cui la ricina è entrata nell’organismo delle due vittime.
Secondo le valutazioni degli specialisti, la via di esposizione ritenuta più probabile è quella orale, attraverso l’ingestione della sostanza.
Non è stato però possibile stabilire se il veleno fosse contenuto in un alimento oppure in una bevanda.
A complicare gli accertamenti sono state anche le condizioni riscontrate durante le autopsie: dopo i ripetuti episodi di vomito, negli stomaci delle vittime non erano rimasti residui alimentari utili a identificare con certezza ciò che avevano ingerito. Era presente invece sangue.
Gli specialisti ritengono che l’ingestione della tossina sia avvenuta non oltre la sera del 23 dicembre, ma la ricostruzione dei tempi resta complessa anche per la limitata letteratura scientifica disponibile sulla comparsa dei sintomi dopo un’intossicazione da ricina.
La cena consumata prima dell’insorgenza dei disturbi continua quindi a rappresentare un passaggio importante per le indagini, senza che sia stato dimostrato un collegamento diretto tra uno specifico alimento e l’avvelenamento.
Le analisi su 70 alimenti e 131 reperti: cosa manca per risolvere il caso
Gli investigatori attendono ancora risultati che potrebbero contribuire a chiarire uno degli aspetti fondamentali dell’inchiesta.
Sono infatti attese le risposte definitive delle analisi condotte su 70 alimenti e sui 131 reperti e campioni raccolti durante l’accertamento del 30 luglio.
L’obiettivo è individuare eventuali tracce della sostanza e, se possibile, ricostruire il veicolo attraverso il quale la ricina è stata assunta dalle vittime.
Un risultato positivo potrebbe fornire indicazioni importanti sulle circostanze dell’intossicazione, anche se l’individuazione dell’alimento o del liquido contaminato non dimostrerebbe necessariamente, da sola, la volontarietà dell’avvelenamento.
Il caso di Pietracatella resta dunque aperto su due interrogativi distinti: come Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita siano entrate in contatto con la ricina e se qualcuno abbia deliberatamente provocato la loro morte.
La Procura continua a privilegiare la pista del duplice omicidio, mentre gli esperti invitano a distinguere le certezze scientifiche dalle ipotesi investigative. Una distinzione che potrebbe rivelarsi determinante per comprendere che cosa sia realmente accaduto.


